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É con piacere che I love zombie vi presenta un autore americano che ha deciso di collaborare con noi per la sezione non solo zombie. Si chiama P.R. Principe ed ha esordito con il thriller post-apocalittico “Omega Plague: Collapse”.

Ovviamente ha catturato la nostra curiosità perchè, in rispetto alla nostra tradizione, la trama è sviluppata in Italia e più precisamente nel napoletano, con un carabiniere come protagonista; indi per cui non poteva mancare nelle nostre menzioni. Inoltre, siamo contenti che finalmente dall’America si siano accorti delle potenzialità che il nostro paese potrebbe offrire per degli splendidi scenari apocalittici.

In breve: un ceppo virale modificato dell’Aids, il temibile virus denominato Omega, decima l’umanità. Bruno Ricasso, un Carabiniere, lotta per sopravvivere sull’isola di Capri, mentre l’Europa scoppia in fiamme e la società si sgretola.  

In anteprima, l’autore ci ha inviato un breve racconto ambientato nell’universo di Omega Plague.

P.R.Principe vive nel centro degli Stati Uniti, ha prestato servizio come ufficiale dell’US Air Force e ha vissuto in Italia e Francia. Durante la scrittura di Omega Plague mentre contemplava il collasso della civiltà, ha trascorso tempo a Glastonbury, in Inghilterra, imparando a forgiare una spada medievale e ha ottenuto la sua licenza di radioamatore.

 

 

 

The Rescue

By P.R. Principe

(preview – english version)

 

 

“In here!”

She pushed on the door, moving the upturned table that lay behind it. The gap was just wide enough for her to slip inside the remnant of what was once a thriving café.

Shotgun ready, the man pushed the door open further and followed her inside.

The dark haired woman, dodging upturned tables and chairs went to the windows on each side of the room, ensuring no one had followed. The cobblestone streets were still damp from the rain earlier that day, but empty of movement, save for some trash and papers stirring in the evening spring breeze.

“If you hadn’t come, with the shotgun, they would have…” She left the rest unspoken.

He shut the door and pushed the table against it.

“I’m Livia,” she said.

“Marco.” He drew a tattered curtain across the front window. He left just enough of a gap to peak out without being seen.

“See if there’s a back door,” he said without looking at her. “I’ll barricade this one. Make sure it’s secured, but that we can still get out if we need to.”

Livia hurried around the bar and out of sight. Marco piled more tables and chairs in front of the door.

“Back door’s got a deadbolt. I locked it,” said Livia upon her return seconds later.

“Good.” Marco noticed her dark hair cascading around her shoulders. Through the rip in her shirt, he could see she wore no bra. Streaked with dirt though she was, his eyes lingered on her.

“Show me your hands,” he said.

She held them out. No tremors. Probably no infection. He leaned his shotgun against the windowsill and showed her his hands. She nodded.

Marco forced his gaze away from her and peered through the gap between the curtains.

“They’re gone. For now.” Marco turned toward her. “We’ll have to stay here until after dark. Until the mosquitoes are gone. You know they can transmit the virus, don’t you?”

She nodded again.

He looked back out the window.

“Shit, I thought the army was still patrolling Naples.”

“They’ve been gone for weeks,” said Livia. “City’s empty now. They couldn’t keep everyone from trying to escape no matter how many checkpoints they had. They just gave up.”

“Omega spread too fast. It couldn’t be stopped. That must have been why.”

Livia ran a hand through her hair. “Listen…can I—”

“What?”

“Can I come with you?” Marco stepped away from the window.

“Why? You don’t know me. I could be a fucking killer for all you know.”

“You wouldn’t have helped me if you were a bad person. And I can tell you’ve got a reason to live.”

“Look, I’m trying to make it back to my sister’s place outside of Rome. It’s a long way and she’s—”

Livia approached him. “What’s your sister’s name?”

“Giulia.”

“Pretty name.” She stood right in front of him now. While she didn’t have any tremors, Marco knew he shouldn’t risk being this close to her. She was so close now that even in the gathering gloom, he could see down her shirt, her dark nipples standing out against the whiteness of her breasts.

“My brothers would do anything for me if they were here, to protect me. You’d do the same for your sister. I can’t make it on my own, Marco. I need help.”

“Listen, I don’t think—”

“Take me with you! Please!” Her hand caressed his crotch. “I can do things for you that your sister can’t.” Marco started to speak when movement by the bar caught his eye. He grabbed for his shotgun, knocking into Livia. A sharp pain shocked him. He gasped when he saw Livia’s hand on a knife sticking into his gut. Their eyes met. She twisted the knife. Marco screamed, fell to his knees, and rolled to his back.

“Good work little sister,” said a voice in behind the bar.

“Finally we’ve got a shotgun,” said another voice. “Thanks to you.”

Livia looked back toward the bar. “You were supposed to wait until I gave the signal, for fuck’s sake!”

They laughed. “We already heard enough!”

In between gasps, Marco cried, but not for his own life. He wept because his sister would never know what happened to him, and she’d be caught forever in the twilight between despair and hope.

Marco looked up at Livia and watched his blood drip from her hand. Their eyes met again. And as his life spilled out onto the cold stone floor, Marco could have sworn a tear ran down Livia’s face.

 


 

 

Il Salvataggio

di  P.R. Principe

(anteprima versione italiana)

 

 

“Dentro qui!”

Lei spinse la porta riuscendo a spostare il tavolo capovolto che la bloccava da dietro. L’apertura fu appena sufficiente a lasciarla scivolare dentro quella che un tempo era una fiorente caffetteria.

Col fucile spianato, l’uomo spinse a sua volta la porta per poter passare e la seguì dentro.

La donna dai capelli scuri, schivando tavoli e sedie rovesciate andò a controllare le finestre che c’erano su ciascun lato della stanza, assicurandosi che nessuno li avesse seguiti. Le strade di ciottoli erano ancora umide della pioggia caduta quella mattina e salvo per alcuni rifiuti e cartacce che la brezza primaverile della sera precedente aveva sparso in giro, erano sgombre.

“Se tu non fossi venuto, con il fucile, avrebbero …” lasciò cadere il discorso. Chiuse la porta e spinse il tavolo contro di essa.

“Io sono Livia,” gli disse.

“Marco”.

Andò alla vetrina del negozio e tirò la tenda stracciata per coprirla. Lasciò quel tanto che bastava per poter sbirciare fuori senza essere visti.

“Vedi se c’è una porta di servizio”, le disse senza guardarla. “Dovrò bloccarla. Per essere certi di essere al sicuro, ma anche che potremo ancora uscire in caso di emergenza”.

Livia corse nel retro del bar a controllare. Marco accumulò altri tavoli e sedie davanti alla porta.

“La porta sul retro ha un catenaccio. L’ho chiuso”, disse Livia dopo essere tornata qualche secondo più tardi.

“Bene.” Marco notò i suoi capelli scuri portati sciolti sulle spalle. Attraverso uno strappo nella sua camicia, poté notare che non portava il reggiseno. Si soffermò a guardarla. Erano entrambi molto sporchi.

“Mostrami le tue mani”, le disse.

Lei gliele porse. Nessun tremore. Probabilmente nessuna infezione. Appoggiò il suo fucile contro il davanzale della finestra e anche lui le mostrò le sue. Lei annuì.

Marco si costrinse a distogliere il suo sguardo dalla ragazza per guardare attraverso la fessura tra le tende.

“Se ne sono andati. Per ora. “Marco si girò verso di lei. “Dovremo stare qui fino a che farà giorno. Fino a quando le zanzare se ne saranno andate. Sai che possono trasmettere il virus, vero?” Lei annuì di nuovo.

Tornò a guardare fuori dalla finestra. “Cazzo, ho pensato che l’esercito stesse ancora pattugliando Napoli”.

“Se ne sono andati da settimane”, disse Livia. “La città ora è abbandonata. Non riuscivano più a trattenere la gente che cercava in tutti i modi di fuggire nonostante tutti posti di blocco che avevano fatto. Alla fine li hanno dovuti lasciare andare”.

“Il Virus Omega si sviluppa troppo in fretta. Non è possibile fermarlo. Deve essere stato questo il motivo dell’abbandono”.

Livia si passò una mano tra i capelli. “Senti, posso…”

“Che cosa?”

“Posso venire con te?”

Marco si allontanò dalla finestra. “Perchè? Tu non mi conosci. Potrei essere un fottuto assassino per quanto tu ne possa sapere”.

“Non mi avresti aiutato se tu fossi una persona cattiva. E posso darti un motivo per vivere”.

“Guarda, sto già cercando di farlo tornando a casa da mia sorella fuori Roma. E ‘una lunga strada e lei…”

Livia non lo lasciò finire e gli si avvicinò. “Come si chiama tua sorella?”

“Giulia”.

“Bel nome” lei si alzò proprio di fronte a lui. Anche se lei non mostrava alcun tremore, Marco sapeva che non avrebbe dovuto rischiare standole così vicino. Era così vicino che anche nella penombra, poteva vedere dentro la sua camicia. Vedeva i suoi capezzoli scuri dritti e ben in contrasto col candore bianco del suo petto.

“I miei fratelli avrebbero fatto qualsiasi cosa per proteggermi se fossero stati qui. Avresti fatto la stessa cosa per tua sorella. Io non ce la farei da sola, Marco. Ho bisogno di aiuto.”

“Senti, io non so…”

“Portami con te! Per favore!” La sua mano gli accarezzò il pacco. “Potrei farti quelle le cose che tua sorella non farebbe”.

Marco iniziò a parlare quando un movimento da dietro il bancone del bar attirò la sua attenzione. Afferrò al volo il fucile, scontrandosi con Livia. Un dolore acuto lo sconvolse. Rimase a bocca aperta quando vide la mano di Livia tenere un coltello conficcato nel suo intestino. I loro occhi si incontrarono. Livia girò il coltello. Marco urlò, cadde in ginocchio e rotolò sulla schiena.

“Ottimo lavoro sorellina”, disse una voce da dietro il bar.

“Finalmente abbiamo un fucile da caccia”, disse un’altra voce. “Grazie a te”.

Livia si voltò verso il bar, “avresti dovuto aspettare che ti davo il segnale, porca puttana!”

Loro risero. “Avevamo già sentito abbastanza!”

Tra i rantoli, Marco pianse, ma non per la sua vita. Pianse perché sua sorella non avrebbe mai saputo che cosa gli era successo, e lei sarebbe rimasta imprigionata per sempre in un limbo, tra la disperazione e la speranza.

Marco guardò Livia e vide il sangue gocciolare dalla sua mano. I loro occhi s’incontrarono ancora e come la sua vita si stava versando sul freddo pavimento di pietra, Marco avrebbe giurato di aver visto una lacrima scorrere sul viso di Livia.

 

 

tradotto da Luca Pennati

 


 

 

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