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Il porto fluviale di Memphis era affollato di persone. Da un lato, passeggeri di tutte le estrazioni sociali facevano la fila per salire a bordo del battello “Sultana”; dall’altro, scaricatori, mozzi e marinai che urlavano, portavano e caricavano casse e valigie e si scolavano l’ultima bottiglia prima di affrontare otto giorni di navigazione.

La signorina Anne Du Fresne stava sul ponte del battello, osservando le operazioni di carico merci. Le casse troppo grandi per essere portate a bordo a mano venivano legate accuratamente e issate, per poi essere messe nella stiva. Il caldo, quel giorno, era impietoso e lei portava il suo ombrellino parasole, oltre al cappellino, ma per una donna del suo rango e, soprattutto, col nome Du Fresne, era inevitabile vestirsi in un certo modo, che risultava il peggiore in condizioni di alta temperatura e forte umidità, tipiche della zona di New Orleans. La sua mano guantata di bianco era poggiata alla balaustra, mentre con l’altra reggeva l’ombrellino, e il suo portamento era dignitoso, la schiena diritta, lo sguardo altero. Ciononostante, il suo volto era imperlato di sudore, e gote e fronte erano fortemente arrossate.

Al suo fianco stava il banchiere Percival Grisby, giovanotto dalla promettente carriera nel mondo bancario, ma oltremodo importuno – a parere della signorina Du Fresne – e dal mento debole intollerabile a vedersi. Il problema era che il giovane Percival era molto interessato a lei che, a causa del carattere ambizioso e pretenzioso, aveva respinto ben più di un pretendente negli ultimi anni. Ciò l’aveva portata a essere, all’età di vent’anni, ancora nubile, cosa alquanto disdicevole. I suoi genitori, e in particolare suo padre, non si facevano certo scrupoli a farle notare quanto rischiasse di diventare una “vecchia zittella che non vorrà più nessuno”, nel caso avesse atteso ancora a lungo a maritarsi, e lei sapeva fin troppo bene – con sua grande irritazione – che se non avesse voluto diventare una di quelle vecchie, ricche acide che tutti disprezzano e che vivono sole per il resto della loro vita, si sarebbe dovuta accontentare di qualcuno più o meno passabile. A meno che, appunto, non avesse ceduto alle lusinghe di Percival, cosa che però la disgustava intimamente.

Mentre era immersa in questi pensieri, osservava l’operazione di carico di una cassa dall’aspetto particolarmente macabro: era lunga all’incirca sei piedi e larga forse poco meno della metà, anonima come qualsiasi altra vista sino a quel momento; eppure, per qualche ragione, nel guardarla non poté fare a meno di pensare a una bara.

«Non trovate anche voi, Percy», disse al suo pretendente senza nemmeno guardarlo, «che quella cassa abbia un aspetto decisamente… mortuario?»

Il giovane Grisby si irrigidì leggermente a sentirsi chiamare con quel nomignolo, che aveva segnato la sua infanzia, disprezzato dai suoi coetanei più robusti, ma decise – ottimisticamente – di considerare l’appellativo in senso più amichevole, come se la bella Anne avesse voluto scendere a un tono maggiormente confidenziale.

«Intendete quella cassa che stanno caricando? Ma no, mia cara signorina, è semplicemente lunga e stretta a causa di un contenuto banale, come dei fucili, o forse persino una statua in bronzo.»

Naturalmente la sua osservazione era piuttosto idiota, soprattutto perché le casse di fucili erano grandi all’incirca come le armi che contenevano, non certo lunghe il doppio, ma siccome egli stesso aveva avuto quella sensazione cimiteriale nell’osservarla non poté fare a meno, dalle profondità della sua convinta razionalità, di tentare di dare una spiegazione affrettata che suonasse plausibile.

Anne non apparve affatto soddisfatta della sua risposta, ma non insistette sull’argomento. La aspettavano otto giorni di viaggio sullo stesso battello con Percival e non intendeva mettersi a discutere con quello che, al momento, era il suo unico pretendente. Una volta arrivati a Memphis avrebbe deciso se la sua sopportazione sarebbe stata all’altezza di una proposta di matrimonio.

 

La prima notte, quando ormai quasi tutti i passeggeri si erano ritirati nelle proprie cabine e il capitano era intento a intrattenerne alcuni che, insonni o affetti dal mal di fiume, passeggiavano lungo il ponte, alcuni rumori spezzarono il silenzio della stiva. Un mozzo, stanco morto a causa della giornata di lavoro, si era da poco coricato nella branda, che dava proprio contro la sottile parete di legno alla quale erano appoggiati casse e bagagli troppo ingombranti. All’inizio, nel rollìo del battello, quasi non se ne accorse, sprofondato nel sonno degli esausti. Ma un tonfo dopo l’altro, uno scricchiolio dopo l’altro, si destò. Rimase in ascolto per un paio di minuti e alla fine, imprecando perché non riusciva neppure a riposarsi un poco dopo una giornata di lavoro massacrante, si alzò e si diresse verso la stiva. Gli conveniva infatti che tutto fosse assicurato per bene e che nulla rimanesse danneggiato durante il viaggio, o sarebbe stato lui uno di quelli presi di mira dalla compagnia di navigazione, nel momento in cui i passeggeri si fossero andati a lamentare.

Aprì la porta, armato di una lanterna a olio, e fece scorrere la luce lungo le linee e gli spigoli delle merci imballate. Non vedendo alcunché fuori posto, con un sospiro cominciò ad aggirarsi nello spazio ristretto, fino a che un movimento su un lato della nave non fece rotolare per un paio di spanne un barile, che cozzò rumorosamente contro una cassa. Il mozzo la raggiunse subito e notò che i legacci che avevano assicurato il primo alla seconda erano spezzati, forse troppo vecchi e consunti. La cassa, lunga forse sei piedi e larga poco meno della metà, stranamente simile a una bara ai suoi occhi, aveva il coperchio leggermente fuori linea rispetto al corpo, forse a causa degli urti col barile.

Incuriosito, il mozzo scostò del tutto il coperchio, non più assicurato, e fu sorpreso nel constatare che la cassa era completamente vuota. Se ne levava un leggero odore di terriccio, per qualche ragione, ma non vi era alcunché che potesse suggerire cosa avesse contenuto in precedenza. Certo, il fatto era di per sé piuttosto strano, ma se qualche stramboide voleva pagare il prezzo del trasporto per trascinare un mucchio di assi vuote da New Orleans a Memphis non erano certo affari suoi. Armato di un martello e di qualche chiodo, assicurò il coperchio il meglio che poté, sperando che nessuno lo notasse allo sbarco, quindi legò il barile in un altro punto e, soddisfatto, se ne tornò a dormire.

 

Il mattino dopo, l’equipaggio era in gran fermento. Durante la notte era sparito un cameriere e non c’era traccia di lui a bordo. L’ultima volta era stato visto uscire dalla cucina con un vassoio, diretto alla cabina di un certo Melville, una sorta di scrittore troppo impegnato nella stesura della propria opera per cenare con tutti gli altri passeggeri nella sala da pranzo. Da quel momento, ogni sua traccia era svanita.

Alla fine si decise che, forse complici il buio o il rollìo particolarmente intenso del battello, l’uomo dovesse essere precipitato nel fiume, e a causa del brusio di così tante persone e dello sciabordio dell’acqua limacciosa del Mississippi le sue invocazioni d’aiuto non fossero state udite. Probabilmente, disse il capitano, aveva raggiunto a nuoto la terraferma, portandosi in salvo. L’incidente fu chiuso a questo modo e nessuno tra i passeggeri ne venne a conoscenza.

Almeno fino al mattino seguente.

La seconda notte, infatti, sparirono un mozzo e due passeggeri della seconda classe. Questo non poté essere attribuito a un incidente né nascosto e benché la notizia non scatenasse il panico, un certo timore si diffuse a bordo. Possibile che un pazzo assassino si fosse mescolato alla folla? Che, magari persino dalla prima classe, vestito bene e danaroso, trascorresse le notti a far mattanza?

«Voi cosa ne pensate, Percy?»

Il giovane banchiere non era riuscito a diventarle più simpatico, in quei due giorni di viaggio, né era riuscito a sfoderare alcuna peculiarità caratteriale o interesse che esulasse dal suo lavoro che potessero in qualche modo interessarla o affascinarla. Anne era quindi particolarmente irritata, perché era consapevole di rischiare molto a respingere quel pretendente, data la nomea di “donna difficile” che si era creata. Per questo andava a Memphis: sperava che là il suo nome proprio fosse poco conosciuto, ma che il suo cognome fosse sufficientemente noto da farla notare da qualcuno.

«Cosa ne penso di cosa, signorina Du Fresne?»

Lei sospirò, mascherando il gesto col ventaglio. Il caldo, l’umidità e le zanzare erano un vero e proprio incubo, lì sul fiume, e l’idiozia di Percival Grisby non aiutava certo il suo già scarso buonumore.

«Delle sparizioni che ci sono state, ovviamente.»

«Ah, quelle.»

Percival rimase in silenzio per un po’. Il fatto era che non si era fatto un’opinione dell’avvenimento, perché era uno di quegli individui sufficientemente disinteressati a ciò che accadeva agli altri da non rendersi conto che sarebbe potuto succedere lo stesso anche a lui.

«Che è… una cosa terribile?»

Anne si sventolò con più forza. Come avrebbe mai potuto sposare un simile imbecille? Una volta convolati, avrebbe dovuto fare qualsiasi cosa per evitarlo il più a lungo possibile. E poi avere figli da lui! Magari con un’educazione come si deve non sarebbero diventati inetti come il padre, ma il rischio c’era. E poi quell’orribile mento debole… sembrava quasi che la bocca gli finisse nel collo.

«Indubbiamente è terribile,» rispose a denti stretti, «volevo sapere cosa ne pensate. Nel senso… se credete che ci sia un assassino a bordo e chi potrebbe essere secondo voi.»

«Ah, capisco!»

Ne dubito fortemente, pensò lei, ma sorrise graziosamente al suo interlocutore.

«Probabilmente c’è un uomo violento a bordo, sì, ma non un maniaco. Credo piuttosto un ladro, che elimina le vittime per non avere testimoni.»

«Hanno ucciso anche un mozzo. Dubito fosse facoltoso.»

«Magari era un testimone involontario» suggerì lui.

Lei annuì. Effettivamente questo aveva senso.

«Certamente è un negro, di quelli addetti a spalare carbone nella caldaia,» continuò  incitato dal fatto che lei non si fosse opposta alla sua tesi, «quegli animali sarebbero capaci di uccidere per la cosa più futile.»

Lei annuì nuovamente. Quel ridicolo ometto stava perfino facendo un discorso sensato. Incredibile.

 

La terza notte sparirono altre tre persone. Questa volta, a causa dei precedenti avvenimenti, in molti non era riusciti o non avevano voluto dormire, cosicché sarebbe anche stato più difficile agire di nascosto. Nonostante questo, tre passeggeri della prima classe mancavano all’appello il mattino seguente. Fu istituito dal capitano una sorta di corpo di vigilanza, composto da alcuni marinai armati e da alcuni volontari tra i passeggeri più bellicosi.

Perfino lo scrittore Melville, pallido in volto come qualcuno che non uscisse alla luce del Sole da un pezzo, emerse dalla sua cabina per unirsi ai volontari, suscitando una certa sorpresa. Bizzarramente, suggerì di controllare anche nella stiva, adducendo come motivazione che un assassino avrebbe potuto nascondersi tra le casse… o addirittura all’interno di una di esse, ma non fu preso eccessivamente sul serio. Per accontentarlo fu controllato rapidamente il carico, ma ovviamente i beni privati furono lasciati stare e nessuna cassa e barili vennero aperti.

Quel giorno, Percy non era uscito dalla cabina a causa di un’indisposizione. La verità era che la possibilità di essere assassinato gli si era improvvisamente concretizzata davanti e, terrorizzato, si era chiuso a chiave tra le sue cose, dimenticando improvvisamente il suo interesse verso la signorina Du Fresne. Naturalmente Anne non aveva idea delle vere motivazioni della sua assenza, ma si era convinta che lo stomaco delicato fosse semplicemente l’ennesimo degli innumerevoli e palesi difetti dell’uomo.

Così, sola e indecisa se esserne felice o meno, sedeva all’ombra della cabina del capitano, osservando il paesaggio monotono scorrerle lentamente davanti. Immersa nei suoi pensieri, non notò l’uomo che le si avvicinava alle spalle fino a che non le fu di fianco, facendola sobbalzare per la sorpresa.

«Mi dispiace averla spaventata» si scusò lui con uno strano accento, forse europeo.

«Oh, non preoccupatevi. Ero immersa nei miei pensieri, signor…?»

«Sono il conte Andreas Dumitrescu», rispose lui eseguendo un perfetto baciamano, «con chi ho l’onore di parlare?»

«Anne Du Fresne, molto lieta.»

«Ah, Du Fresne. Un nome famoso, da queste parti.»

«Mi conoscete, dunque» rispose lei con voce amara.

«Sono desolato, ma ho sentito parlare della vostra famiglia, non di voi in particolare.»

Lei lo guardò un po’ meglio. Era insolitamente pallido, forse a causa delle sue origini – Dumitrescu? Era russo? – e portava i capelli insolitamente lunghi, un cappello a larghe tese per proteggersi dal Sole e un paio di occhiali pince-nez dalle lenti scure. Era piuttosto alto e magro e giusto un accenno di baffi ornavano una bocca dalla piega piuttosto crudele, ma stranamente attraente.

«Non preoccupatevi, vorrà dire che non sarete prevenuto nei miei confronti, signor conte. Sono molto onorata di incontrare un membro dell’aristocrazia europea.»

«Ah, ma io non sono europeo,» rispose lui accomodandosi di fianco a lei, «la mia casa è più a Est di Italia e Germania.»

Dev’essere proprio russo, pensò lei soddisfatta dal proprio acume.

«E cosa vi porta in questo posto caldo in maniera vergognosa, se posso chiedere?»

«Mi piace viaggiare,» rispose sinceramente lui, «e assaggiare i piatti dei luoghi in cui mi reco. Nel mondo ci sono così tanti sapori!»

«Ah, un po’ vi invidio. Questo viaggio a Memphis sarà quello che mi porterà più lontano da casa in tutta la mia vita.»

«Ah, ma è un vero peccato. Viaggiare è meraviglioso. Come mai non lo fate più spesso e… più distante da qui?»

«Signor conte! Sono una ragazza in età da marito, di buona famiglia, americana fino al midollo. Ho altre priorità, nella vita.»

«Come trovarvi un marito?»

Lei arrossì violentemente.

«Non siate sfacciato!»

«Oh, ma io non sono sfacciato,» disse lui avvicinando il volto al suo, «dico solo la verità. Cosa significa “americana fino al midollo”, se non che avete una mentalità bigotta e incapace di sognare? Probabilmente voi viaggereste anche… potendo. Ma la vostra famiglia pretende che voi vi sposiate presto, perché cominciate a essere vecchia e presto sarete una zittella. Quanti anni avete oramai, venti? I vostri obblighi sociali vi trattengono qua, legata a convenzioni che vi annoiano e disgustano, ma voi vi prestate comunque al gioco. Non è forse così?»

Anne era paralizzata. La voce del suo interlocutore aveva un non so che di magnetico, tutta la sua figura emanava una sorta di potere che la teneva legata alla sedia, pendendo dalle sue labbra, per quanto le sue parole facessero male, per quanto la verità fosse estremamente sconveniente e la sua maleducazione incredibile.

«C-cosa sono quelle lenti scure che avete sugli occhi?» chiese.

Assurdamente, era l’unica cosa che le fosse venuto in mente di replicare.

Il conte sorrise, mettendo in mostra una dentatura bianchissima e perfetta, e si toccò la montatura degli occhiali con un dito.

«Occhiali da sole, invenzione molto utile, per chi ha gli occhi delicati come i miei. Ma non sono ancora molto diffusi, benché siano stati inventati già da parecchio tempo. E ora, signorina Du Fresne,» continuò Dumitrescu, «vi devo lasciare. Vi auguro di passare una buona giornata.»

Anne non rispose e nemmeno lo guardò andarsene. Rimase per un po’ immobile, fissando davanti a sé. Verso sera, quando cominciò a far freddo, si riscosse e scese direttamente in cabina, senza nemmeno cenare. Sentiva il forte bisogno di dormire. A lungo.

 

Quella notte accadde qualcosa nella sala caldaie. Mentre gli spalatori continuavano incessantemente a rifocillare la fiamma col carbone, sei diverse tubature che portavano il vapore saltarono contemporaneamente. Sei uomini rimasero uccisi e fu necessario l’aiuto di tutti coloro che fossero disponibili sino al mattino seguente, perché l’incendio che era divampato fosse domato. Nel frattempo, dalle loro cabine, erano sparite altre due persone. Nessuno si era reso conto di qualcosa, naturalmente, a causa dell’incidente. Qualcuno avrebbe potuto effettivamente pensare a un diversivo, ma questo accadde solamente parecchio dopo, quando ormai era troppo tardi.

Il Sultana fu costretto ad attraccare per alcune riparazioni d’emergenza, ma si trovava a meno di metà strada da Memphis e quella zona era tutto campi e piantagioni. Di conseguenza, solo un paio di passeggeri se la sentirono di abbandonare il battello, più spaventati da ciò che vi accadeva sopra che dal trovarsi in mezzo al nulla; gli altri, rassegnati, rimasero. Ormai ogni uomo o ragazzo girava armato, tutto l’equipaggio – tranne il minimo indispensabile – pattugliava costantemente il ponte e la sottocoperta. La tensione era palpabile e quando il Sultana ripartì furono in pochi a mangiare e ancora meno a dormire. Il capitano, una volta terminate le operazioni di ripristino del battello, si chiuse nella propria cabina a bere e non fu più visto per due giorni. Quello che era successo avrebbe significato il suo licenziamento e, probabilmente, la rovina dell’intera compagnia.

Quella notte non accadde alcun incidente. Nessuno sparì, nulla si ruppe. Al mattino, stavano tutti più o meno bene e la speranza cominciò ad allentare la tensione. Poteva darsi che nell’incendio uno dei morti fosse stato l’assassino o che, più logicamente, fosse uno di coloro che se n’erano andati, desiderando forse allontanarsi dalla scena del crimine prima di rischiare di essere scoperto. Tra i “fuggiaschi”, come li avevano definiti alcuni, c’erano anche Percy e Anne, che si era ripresa dall’incontro con lo strano conte, e aveva avuto la prova definitiva di che uomo privo di spina dorsale fosse. Non le rimaneva che sperare di incontrare un partito migliore a Memphis, a quel punto.

Passeggiava per il ponte, quel pomeriggio, godendosi la frescura di una leggera brezza e di un cielo coperto, che minacciava pioggia. L’aria continuava a essere estremamente umida e rendeva faticosa la respirazione, ma rispetto ai giorni precedenti era già un sollievo. Mentre indugiava nell’osservare un alligatore che si scostava scocciato dalla scia del battello, notò il conte Dumitrescu avvicinarsi. Provò un brivido di ribrezzo per quell’individuo e, assieme, di desiderio. Questo la disorientò. Non riusciva a capire come fosse possibile provare due sensazioni così contrastanti per un unico individuo.

«Signorina Du Fresne! Splendida giornata, non trova?»

Anne osservò il cielo plumbeo e preferì non rispondere.

«Ho visto che il vostro amico ha battuto la corda» le disse senza preamboli, eseguendo nel frattempo quel baciamano così raffinato.

«Signor conte! Ma che linguaggio!»

«Vi chiedo scusa, mia cara, ma taluni individui meritano solo una ruvida schiettezza. Non starò certo a girare attorno al fatto che quel vigliacco se ne sia andato alla prima occasione possibile, mentre una gentildonna come voi è rimasta coraggiosamente sulla nave, anche se ha rischiato di affondare.»

Anne tentennò, non sapendo bene come affrontare il discorso.

«Percy non è certo un uomo coraggioso e il Sultana, bisogna dirlo, ci ha riservato sorprese piuttosto spiacevoli.»

«Indubbiamente, indubbiamente. Avete conosciuto il signor Melville, lo scrittore?»

«L’ho visto solo di sfuggita, non è un individuo molto amichevole. All’inizio nemmeno cenava con gli altri, stava sempre chiuso in cabina. Adesso è impossibile vederlo da solo, sta sempre in gruppo.»

Dumitrescu sorrise, prendendole il braccio e accompagnandola nella sua passeggiata.

«Forse qualcosa l’ha spaventato molto e ora desidera la compagnia dei suoi simili.»

«L’assassino, intendete? Pensate che abbia paura a stare solo perché potrebbe diventarne preda?»

«Forse. A ogni modo è un uomo interessante. Sta scrivendo un libro, un libro sul mare. Parla di una grande balena bianca, ma io ho dato un’occhiata alla bozza e vi assicuro che il tema, ben mascherato da mare, navi e cetacei, è l’ossessione umana. Ah, davvero interessante. Adoro gli artisti.»

«Avete avuto occasione di leggere la bozza? Dovete essere piuttosto intimi.»

«Affatto, mia cara, ma so essere molto persuasivo quando voglio.»

Anne non ne dubitava. Il conte emanava quel magnetismo animale che soggioga uomini e donne indistintamente, dote molto utile per chi ha la possibilità di esercitare il proprio potere in politica o sul campo di battaglia. Per quanto, da un lato, quell’individuo la spaventasse, dall’altra l’affascinava. Trovava incredibile questa combinazione e si chiese se non fosse ciò che veniva descritto nei romanzi come “il fascino oscuro”, cosa che sino a quel giorno non le era mai capitato di osservare.

«Alcuni pensano che l’assassino sia rimasto ucciso durante l’incendio o sia fuggito insieme ai passeggeri che hanno lasciato il battello. Voi cosa ne pensate?»

«Ah, mia cara. Ne dubito molto.»

 

Calò una nuova notte. Gli animi erano più rilassati, molti erano esausti dall’avvicendarsi degli eventi, ma un piccolo gruppo di marinai continuava, armato, a controllare che tutto filasse liscio. Il comandante era emerso, ancora mezzo ubriaco, dalla sua cabina, ma il ritorno della pace non lo consolava affatto. La sua carriera era comunque compromessa e da quel giorno era probabile che il Sultana non avrebbe mai più percorso il Mississippi. Nessuno avrebbe più voluto navigare su un battello su cui erano accadute cose simili.

Anne si trovava nella sala da pranzo, dove stava consumando – da sola – un piatto freddo e unticcio, che non la invogliava minimamente a mangiare. Stuzzicava la carne lucida con la forchetta, mangiucchiando le patate, ma niente più. Fu in quel momento che Melville, lo scrittore, la avvicinò.

Non si presentò né chiese il permesso di accomodarsi, ma prese una sedia, la avvicinò al suo tavolo e vi sedette, fissandola con sguardo allucinato. Aveva gli occhi lucidi, il volto pallido e sudaticcio, con la barba vecchia di due giorni, i capelli scarmigliati ed emanava un forte puzzo di alcol. Anne si ritrasse automaticamente, ma lui le fece un cenno concitato e cominciò a parlare a bassa voce.

«Signorina! Ho visto che voi e il conte siete amici.»

Lei prese un’aria superba, non guardandolo nemmeno in volto mentre gli rispondeva.

«Non credo che questi siano affari suoi, signor Melville.»

«Ah, mi conoscete dunque! È stato lui a parlarvi di me? Eh? È stato lui?»

Alcuni avevano notato lo stato pietoso dello scrittore e il modo in cui gesticolava parlandole, mettendola evidentemente a disagio, ma lui ignorò gli sguardi e continuò.

«Rispondetemi! È importante.»

«Ha detto di aver letto la bozza del vostro romanzo» ammise lei riluttante.

Con sua grande sorpresa, lui scoppiò a ridere, una risata stridula, spezzata, da pazzo.

«La mia bozza! Ah, sì. Quella che mi ha salvato la vita!»

«Cosa intendete dire?»

«Mi avrebbe ucciso, se non fosse stato per il romanzo! Stava per farlo, quando ha notato tutti i fogli sparpagliati sulla mia scrivania. Mi ha chiesto cosa fossero e quando gliel’ho spiegato se n’è interessato. Li ha letti molto rapidamente – troppo rapidamente – e quando ha terminato ha detto: il racconto mi è piaciuto molto, Herman. Continualo, sono curioso di vedere come finisce.»

Un marinaio si avvicinò al tavolo e, ignorando completamente Melville, si rivolse direttamente a lei.

«Ci sono problemi con quest’uomo, signorina?»

Anne gli fece un gesto accomodante.

«Nessun problema buon uomo, grazie.»

Il marinaio annuì con sguardo rabbuiato, forse deluso dal non poter menare le mani, e si allontanò dal tavolo.

«Perché mi state raccontando queste cose, signor Melville?»

«Perché quell’uomo… non è affatto un uomo! Pensate che io sia pazzo, lo vedo dal vostro sguardo. Ma credete veramente che avrei insistito tanto per controllare la stiva così, senza ragione? La verità è che il conte è… un vampiro» concluse abbassando la voce e tendendosi verso di lei sopra al tavolo.

Anne rimase allibita per un momento. Poi si portò una mano davanti alla bocca e rise.

«Ma, signor Melville… voi siete veramente un uomo pieno di fantasia. D’altra parte siete uno scrittore. Ma tutto ciò… è troppo assurdo, penso ve ne rendiate conto.»

«Un vampiro, vi dico! Ho visto la sua bara. È una cassa del tutto anonima, lunga e stretta, ma al solo vederla viene immediatamenta la sensazione che contenga un cadavere.»

Anne provò un brivido gelido lungo la spina dorsale. Melville, che aveva notato la sua reazione, sorrise debolmente.

«L’avete vista anche voi, non è così? Una normalissima cassa, ma sembra proprio una bara. È nella stiva, in mezzo alle altre merci.»

«Se ciò che dite è vero – badate che io non credo lo sia – perché non avete agito? Sapete dov’è il vostro nemico, no? Eliminatelo!»

«Ah, vorrei tanto poterlo fare! Ma il problema è che quando ho avuto occasione di farlo, il giorno dopo la notte che l’ho incontrato, non ne ho avuto il coraggio! Vile che non sono altro, ho condannato tutti… Adesso gira anche di giorno, con quel cappello e quegli occhiali. Non avrò più occasione di ucciderlo fintanto che non tornerà dalla bara, per non parlare del fatto che non sono certo di come fare!»

«Pensavo che i vampiri non potessero muoversi alla luce del Sole.»

«Evidentemente ci sbagliavamo!» balbettò lui. La nevrosi che lo aveva colpito era sempre più evidente dopo ogni parola da lui pronunciata, come se il segreto che aveva tenuto fino a quel momento lo stesse consumando mentre lo rivelava.

«Signor Melville,» gli disse con tono deciso, «glielo chiedo un’altra volta: perché mi sta dicendo queste cose? Ammesso e non concesso che ciò che affermate sia vero, cosa pensate che io possa fare?»

Lui si passò le mani sul volto.

«In realtà non lo so. Avevo bisogno di parlarne con qualcuno. Volevo avvertirla. Ho pensato… ho pensato che, magari, mi sarebbe venuto in mente qualcosa mentre le parlavo. O che sarebbe venuto in mente a lei.»

Anne scosse lentamente la testa, non sapendo cosa pensare.

«Non sono certo pratica di vampiri, signor Melville. E di certo non ho idea di come si uccidano. Quel poco che ne so l’ho appreso attraverso il folclore orale, che parla vagamente di croci, aglio e proiettili d’argento. Ma non sono certa che queste fonti siano, come dire… affidabili, ecco.»

«Avete ragione» disse Melville alzandosi di scatto, gli occhi fuori dalle orbite, «non c’è niente che possiamo fare! Possiamo solo aspettare, inevitabilmente, la rovina!»

Detto questo, se ne andò, lasciandola allibita e confusa.

 

La notte calò nuovamente. Nel locale caldaie, quei pochi che erano scampati al disastro spalavano incessantemente, aiutati da alcuni marinai, tutt’altro che felici della loro nuova mansione. Il Sultana era molto vorace e non poteva essere lasciato a digiuno nemmeno per un momento.

Mentre spalavano, il conte Dumitrescu scese lungo la scala, lasciandoli stupefatti.

«Vi siete perso, signore?» chiese un negro toccandosi la punta del berretto in segno di saluto.

«Oh, tutt’altro, amico mio, tutt’altro. Sono esattamente dove vorrei essere.»

«Vi chiedo perdono, signore, ma qua non potete proprio stare,» intervenne un marinaio, «questo locale è pericoloso e non è permesso l’ingresso ai passeggeri.»

Dumitrescu sorrise, mentre terminava di scendere lungo la scala, allungò un braccio come per dare un pacca sulla spalla dell’uomo che aveva parlato e invece lo afferrò per il collo. Lo stupore generale fu tale che per un istante tutti rimasero paralizzati. Con un gesto secco, il conte spezzò il collo dell’uomo, che si afflosciò a terra come un burattino, un’espressione di stupore ancora dipinta sul volto.

Il negro che aveva parlato per primo sollevò la pala, terrorizzato, e la vibrò contro Dumitrescu, che si limitò a deviarla con una mano, mentre con l’altra spinse a terra il suo aggressore come si sarebbe potuto fare con un bambino. Altri due spalatori gli si avventarono contro, ma il conte li afferrò entrambi per il bavero e, senza nemmeno ansimare per lo sforzo, li catapultò nella bocca della caldaia. Le loro urla riecheggiarono nelle tubature metalliche, riverberando per l’intera nave e seminando il panico a bordo. Poi, sotto lo sguardo terrorizzato dei tre uomini superstiti, Dumitrescu squarciò un lato della caldaia e lasciò che le fiamme si precipitassero all’esterno, incendiando rapidamente ogni cosa attorno a loro.

Quindi, dopo aver lasciato fuggire con indifferenza i tre superstiti, salì lentamente sul ponte. Le fiamme già lambivano i livelli superiori del battello e le persone correvano avanti e indietro come formiche impazzite. Qualcuno si gettava in acqua, ma le pale, gli alligatori e la corrente del fiume, il tutto unito al buio della notte, fecero una mattanza. Anne e Melville si erano incontrati nella confusione e dallo sguardo di lei lui capì che, finalmente, gli credeva. Si fecero largo tra la folla, guadagnando un punto meno saturo di persone in preda al panico.

«Signor Melville! È stato lui, vero?»

Lui si limitò ad annuire, guardandosi attorno. Di colpo rimase pietrificato, riconoscendo il conte che veniva loro incontro.

«Eccolo, è qui!»

«Signore, signora, vi prego, calmatevi. Non ho intenzione di farvi del male.»

«Come possiamo crederti, tu… tu… demonio! Assassino!»

«Oh, sì, potete anche chiamarmi così, se volete. Ho tanti altri titoli interessanti.»

«Cosa avete intenzione di fare di noi, conte? Ci abbandonerete come bestie a morire tra le fiamme?» chiese Anne tentando di mantenere un contegno.

«Oh, questo è certamente il loro destino» rispose lui con un sorriso, facendo un ampio gesto a indicare la folla sciamante, «ma non il vostro, se lo desiderate.»

«E perché mai?» chiese lei dubbiosa. Melville non sembrava in grado di esalare nemmeno una parola.

«Ottima domanda, signorina Du Fresne. Voi, mio caro amico,» continuò rivolgendosi allo scrittore, «state creando un’opera notevole. Mi interessa. Spero di vederla presto in vendita, perché state pur certo che ne acquisterò una copia. Ciò non sarebbe possibile, se vi lasciassi morire, non credete?»

Melville non rispose né reagì in alcun modo. Dumitrescu non parve nemmeno accorgersene.

«Voi, mia splendida ragazza… ho un’offerta per voi. Posso lasciarvi qua a morire come donna, come essere umano, e lascerete dietro di voi i dolori della vita mortale. Quel che ne sarà della vostra anima, nemmeno io posso dirlo. Ma se volete, potete venire con me.»

«Con voi?» ripeté lei incredula.

«Una volta avevo una compagna. Si chiamava Corina. Morì molto tempo fa. Le somigliate moltissimo, sapete?»

«Non mi dite.»

«Se verrete con me, vi renderò immortale. Scoprirete un nuovo lato della vita che nemmeno avreste mai supposto esistere. Niente Memphis, niente matrimoni di convenienza, la vita passata di fianco a qualche uomo grigio e ricco a far niente, niente famiglia ad ansimarvi sulle spalle. Sarete libera, con me, vi concederò tutto, ogni libertà. Il mio prezzo è ovvio: diverrete come me.»

Melville sembrava sul punto di svenire, ma sebbene fosse evidente che avrebbe voluto dire qualcosa, si astenne. Lo spiraglio di speranza che il conte gli aveva presentato pareva fosse stato sufficiente ad annichilire la sua volontà.

«Decidetevi in fretta, Anne. Il battello sta ardendo. Presto il Sultana sarà sul fondo del Mississippi e con lui molti, molti corpi. Il vostro potrebbe non dover giacere in alcun luogo per molto, moltissimo tempo, se accettaste la mia offerta. Potremmo vedere il mondo intero. Nessun limite potrebbe fermarci. Perché saremmo molto, molto più che umani.»

Le fiamme erano sufficientemente vicine da sentire un calore cocente. L’acqua attorno al battello fumava e le urla erano assordanti.

«Qual è, quindi, la vostra decisione? Tra poco me ne andrò e porterò Melville fino alla città più vicina, così che possa terminare il suo romanzo. Voi cosa farete?»

«Le piramidi d’Egitto. I cieli dell’India. I fuochi artificiali della Cina. I mari dell’Australia. Le nevi della Norvegia» rispose lei.

Dumitrescu sorrise, prendendola per mano.

«Questo e molto, molto altro ancora, mia cara. C’è molto da vedere al mondo, e così poco tempo per i capricci dell’uomo.»

Pietro Giovani

 


 

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