EditorialeRaccontiRacconti brevi

Un nuovo esperimento di speedwriting del nostro Pietro Giovani

 

 

 

Di seguito, la trascrizione del testo:

 
Erano le nove di un sabato sera, anche in quella città. Ore di baldoria, ore di bevute, di baci, di uscite con gli amici, di corse in macchina alla luce dei lampioni, di musica a tutto volume. Ma non per tutti.
Nelle case, o almeno in alcune di esse, qualcuno ancora non era giunto al punto della festa del sabato sera ma se ne stava, inconsapevole delle opportunità future, in un letto dalla trapunta colorata. Le nove di sera, per qualcun altro, sabato o meno che fosse, erano semplicemente l’ora di andare a dormire.
«Posso spegnere la luce, Alan?»
«Un attimo! Non trovo Lancillotto!»
Il bambino frugò tra giocattoli e carabattole varie e ne estrasse finalmente un orsacchiotto di pezza, con un unico occhio rappresentato da un largo bottone. Era sgualcito, un po’ sbiadito e al suo sorriso mancava qualche punto, ma non aveva alcuna importanza per Alan. Quello era Lancillotto, il suo orsacchiotto di pezza, e per nulla al mondo avrebbe rinunciato ad averlo accanto a sé per la notte.
«Trovato!»
«Bene, sotto alle coperte allora!»
«Buonanotte mamma!»
«’notte’ notte.»
Dopo una mattinata a scuola, un pomeriggio a giocare all’aperto e la sera davanti ad un cartone animato, non ci volle molto perché il sonno s’impossessasse del bambino. E mentre la scarsa luce emanata da un lampione della via fuoristante rimaneva l’unico pallido chiarore nella stanza, le lancette dell’orologio avanzavano sul quadrante, un minuto dopo l’altro.
Le dieci. Dieci e mezza. Undici. Undici e mezza. Mezzanotte meno un quarto.
Mezzanotte.
Allo scoccare del nuovo giorno, qualcosa accadde.
L’anta dell’armadio della cameretta cigolò leggermente e, un millimetro alla volta, si spalancò. Il buio al suo interno era tale da parere quasi concreto, un qualcosa di vischioso, come marmellata nerissima. Ma non c’era oscurità che potesse offuscare il bagliore di quei tre occhi simili a carboni ardenti, che dal suo interno, tra le giacche ed i maglioni ripiegati, fissavano con bramosia il letto dove il piccolo Alan dormiva.
Sibilando leggermente, una forma scura si mosse e cominciò ad emergere dal buio, indistinta eppure vagamente riconoscibile nella forma, dotata di tentacoli uncinati e di una sorta di cresta puntata. I tre occhi non erano dove ci si sarebbe aspettati di vederli, ovvero laddove un’ipotetica testa avrebbe dovuto trovarsi, ma più in basso, dove normalmente vi sarebbe stato il tronco. La cosa orrenda, muovendosi con cautela per non destare il bambino, raggiunse il suo capezzale e si curvò su di esso in maniera innaturale, mentre le estremità dei tentacoli – ora visibili grazie alla pallida luce del lampione fuoristante – si dividevano rivelando fauci zannute.
In quel momento Lancillotto, che si trovava sul cuscino, a fianco della testa di Alan, si rizzò a sedere. Subito il mostro sibilò irritato ed arretrò leggermente, ma non tanto da non rappresentare più un pericolo.
«Ci incontriamo di nuovo, Nero!» esclamò Lancillotto, mettendosi goffamente in piedi.
La bestia sibilò ancora e si mosse lateralmente in maniera sinuosa, come un serpente, forse cercando una nuova prospettiva per eseguire un migliore attacco.
«Sssì, ssser Lancillotto,» lo sbeffeggiò, calcando sul titolo con tono provocatorio, «sssempre in mezzo ai tentacoli, eh? Non puoi sssemplicemente farti da parte?»
«Non mi farò mai da parte! Torna nel tuo dominio e ti risparmierò l’umiliazione dell’ultima volta, Nero!»
Il mostro fece un verso gracchiante, a metà tra lo scherno e l’irritazione.
«Hai una bella faccia tosssta, orsetto! Io forse non avrò avuto ciò che andavo cercando, ma di certo mi sono portato via un pezzetto di te!»
Lancillotto portò la zampa all’occhio mancante e il suo cipiglio da orsacchiotto di pezza andò a mutare, facendosi più minaccioso.
«Anche ssse hai vinto la battaglia, cavaliere, non hai vinto la guerra!»
Nero si scagliò in avanti con tutti e cinque i tentacoli, puntando su di lui. Lancillotto estrasse dalla sua imbottitura uno spadino di legno ed uno scudo tondo di sughero fatti proprio su misura per lui e parò rapidamente tutti e cinque gli affondi, colpendo col piatto della lama le estremità del mostro, che le ritirò con un lamento.
«Per vincere la guerra, brutta bestia, bisogna pur vincere le battaglie!»
Nero attaccò di nuovo, questa volta con un solo tentacolo, e Lancillotto lo evitò abbassandosi semplicemente mentre gli correva incontro. Giunto all’estremità del letto saltò, atterrando dritto dritto su uno degli occhi incandescenti, spegnendolo con una pedata, mentre con la spada cominciò a menare colpi contro il corpo viscido e gibboso del suo avversario.
Nero sibilò e guaì di dolore, agitando scompostamente i tentacoli nel tentativo di abbrancarlo, ma Lancillotto fu più svelto e saltò a terra, parò con lo scudo un fendente delle mascelle zannute e pungolò l’estremità inferiore del mostro con la punta della spada, senza tuttavia riuscire a penetrarne la spessa pelle.
«Occhio per occhio!»
«Te ne pentirai, nanerottolo!»
Nero arretrò rapidamente e di nuovo scagliò i suoi cinque tentacoli simultaneamente, due da una parte, due dall’altra e l’ultimo dall’alto. Lancillotto parò un attacco con lo scudo, deviò l’altro con la spada, si abbassò per evitare il pericolo dall’alto ma, soverchiato dal numero di appendici che lo insidiavano, venne infine avvolto da due di esse e sollevato.
«Hai fatto il tuo tempo, cavaliere! Il tuo manto è consunto e sssbiadito, il tuo occhio andato, sssi vedono le cicatrici di tutte le nostre battaglie! Prima o poi perirai, lo sssai.»
«Forse io perirò, lurido mostro!» urlò Lancillotto affondando con tutta la sua forza la spada nel tentacolo, «Ma prima di ciò ti rispedirò nell’armadio!»
L’appendice di Nero, al contrario della pelle del corpo, era più vulnerabile, più sensibile, e, seppur di poco, lo spadino penetrò nella carne – se così possiamo chiamarla – e ne trasse uno spruzzo verdastro e maleodorante.
Il mostro urlò e lo lasciò andare, ritirandosi rapido verso l’armadio, ma non ancora sconfitto. Solo due occhi ardenti ora lo fissavano, ma l’espressione indecifrabile nell’oscurità era più probabilmente terrore, che rabbia.
«Maledetto mossstriciattolo! La pagherai!»
Con un ruggito, Nero si lanciò in un ultimo, violentissimo attacco, con l’evidente intento di schiacciare col suo intero corpo l’orsacchiotto, notevolmente più piccolo di lui. Lancillotto, subito compresa l’intenzione dell’avversario, gettò da una parte lo scudo e, afferrata la spada con entrambe le mani, si lasciò cadere sulle ginocchia e la puntò verso l’alto, con decisione.
Nero precipitò dritto sulla lama e fu il suo stesso peso a permettere al legno di penetrare la sua pelle coriacea, facendola sprofondare molto più giù di quanto avesse mai sperimentato. Guaendo e contorcendosi, l’arma ancora conficcata nel busto, il mostro si precipitò verso l’armadio e si richiuse con violenza le ante alle spalle.
Il forte rumore destò di colpo Alan, che accese la luce azzurra sul suo comodino. Si guardò attorno, cercando la fonte del rumore che l’aveva svegliato, ma non riuscì a vedere alcunché. Probabilmente si era trattato di un sogno. Allungò la mano al suo fianco e non riuscì a trovare il suo orsacchiotto. Allora, timorosamente, si sporse oltre il bordo del letto, stando ben attento a non esporre alcuna parte del corpo fuori dal letto e lì vide, effettivamente, ciò che cercava.
«Lancillotto! Come sei finito lì?» chiese a bassa voce allungando il braccio.
Da terra, l’orsacchiotto fissò minacciosamente il mostro che stava rintanato sotto il letto, che aveva già sporto una zampa pelosa con l’intento di pizzicare il braccio del bambino. La sua occhiata però ottenne il risultato sperato, perché in parte il mostro sotto il letto aveva visto lo scontro con il mostro dell’armadio, in parte era noto che fosse un vigliacco e non ci pensava nemmeno, al contrario di Nero, ad affrontare il cavalier orsetto.
Alan lo afferrò e lo riportò al suo posto, sul cuscino di fianco a lui. Maneggiandolo, sentì qualcosa di appiccicaticcio e quando si guardò la mano vide che era macchiata di verde.
«Devi essere cascato su qualche schifezza. Ma come sei finito laggiù, Lancillotto?»
Mosse l’orsacchiotto facendogli mimare un gesto d’indifferenza.
«Ah, non lo sai? O non me lo vuoi dire, eh? Ah, non importa.»
Alan spense la luce e si rimise a dormire.
Lancillotto rimase lì, a fissare il soffitto, le orecchie tese. Aveva perso la sua spada, ma non aveva importanza. Se ne sarebbe procurato un’altra. Per quella notte, di certo, nessun altro mostro avrebbe osato importunare il suo bambino.
Fuori dalla finestra, un’ombra indugiò. Aveva visto lo scontro e sapeva che l’orsacchiotto aveva perso la sua arma. Ciononostante, tentennava, indecisa sul da farsi. In quel momento Lancillotto girò di colpo la testa dalla sua parte e l’ombra decise: «Forse un’altra notte…».
 

Pietro Giovani


 

Lascia un commento