FANS

di Massimiliano Foschi


Provincia di Herat
Afganistan occidentale

Roxana termina l’ultima serie da cento di addominali. Un velo di sudore le ricopre la pelle sotto il body da allenamento.

Non c’è una vera palestra in quel maledetto buco sottoterra e lei, come i suoi compagni, è costretta ad arrangiarsi per gli allenamenti quotidiani.

Jury le porge un asciugamano.

“E’ sempre uno spettacolo vederti sudare”.

Lei risponde con un mezzo sorriso.

“Materiale di ispirazione per le tue masturbazioni Jury?”

“Fanculo. Appena me ne vado di qui con i soldi messi da parte mi permetterò le migliori puttane di San Pietroburgo. Altro che seghe”.

Già. I soldi. L’unico vero motivo per cui avevano accettato quell’incarico.

Sei mesi sepolti sotto le montagne in quella specie di gabbia di matti dove medici e scienziati iraniani conducevano ricerche ed esperimenti nella più assoluta segretezza.

Lui, Jury, ex para’ dell’esercito russo in congedo ora sul libro paga di un agenzia di sicurezza privata di Mosca.

Come lui, Roxana. Di nome e di fatto.

Gran figa Roxana, pensa Jury mentre la guardava asciugarsi il sudore dalle gambe tornite e dagli addominali scolpiti e duri come il marmo.

Solo che Roxana Vassilova sarebbe rimasta nei suoi sogni notturni. A lei non interessa l’articolo. A Roxana-la rossa, piace la passera.

Lesbica del cazzo.

E poi è il suo diretto superiore. E’ lei che comanda il gruppo di dodici addetti alla sicurezza dell’impianto. Nove uomini e tre donne.  Tutti ex forze speciali russe. Spetnatz. FSB.

Roxana si alza dalla panca di allenamento e gli getta l’asciugamano bagnato.

“Due settimane e avremo il cambio. Tieni duro soldato” gli dice facendogli l’occhiolino. “Ok adesso però pensiamo al lavoro.  Voglio che tu e gli altri date una ripassata a quello stronzo di Samir. Lui e i suoi amici finocchi ultimamente stanno prendendo delle iniziative che non mi piacciono. Escono troppo spesso e non si curano della sicurezza sul perimetro esterno”.

Jury guarda la donna con aria pensierosa.

“Non pensi di essere troppo dura verso di loro? Dopotutto anche se sono topi di laboratorio sono sepolti qua sotto come noi da mesi. Anzi, per loro è quasi un anno…se si prendono qualche libertà…”

Roxana lo interrompe bruscamente.

“Non me ne frega un cazzo di niente da quanto sono qua sotto lui e i suoi colleghi freaks. Scienziati del cazzo. Sono proprio i piccoli errori che ti fottono.

E poi non mi piace come mi guardano. A questi arabi del cazzo non va giù che sia una donna a dargli ordini. Quindi, che si fottano”.

Jury annuisce.

“Ok va bene Roxana.  Sei tu che comandi.  Farò come dici. Però ti avverto.  Su una cosa hai ragione. A loro tu non piaci. In particolare Samir nutre odio nei tuoi confronti. Stai attenta a lui. Non ti fidare mai di lui”.

Roxana scoppia in una risata di scherno.

“Fidarmi di lui? Per chi mi hai preso? E comunque non mi fa proprio paura quella specie di Frankenstein mezzo gobbo. Cosa vuoi che faccia? Se mi guarda storto o prova a dirmi qualcosa nel modo sbagliato, lo schiaccio come un insetto sotto la suola dei miei anfibi. Adesso vai, Jury. Io mi faccio una doccia e vi raggiungo”.

In volo verso la provincia di Herat

Le luci rosse nella carlinga del Sikorsky illumina i volti duri. Maschere come scolpite.
Rilassati ma concentrati.

Il check di tutto l’equipaggiamento e delle armi, fatto appena due ore prima, era una sorta di rito.

Sei uomini e due donne nella carlinga del primo elicottero. Come anche nel secondo.

Tute da combattimento di ultima generazione. Anfibi. Visori notturni. Elmetti in kevlar,e armi automatiche. Di ogni tipo. Compresi lanciagranate. Oltre a una buona dose di Semtex per il botto finale.

Dall’interfono del pilota arriva una comunicazione.

“Quindici minuti all’obiettivo. Tenetevi pronti ragazzi tra poco iniziamo a scendere”

E’ Daponte, il capitano, comandante e responsabile dell’operazione a parlare.

Sguardi che si cercano. Ultimi controlli.

Sull’altro elicottero c’è il tenente Gordon, comandante della seconda squadra.

“Ok ragazzi ci siamo quasi. Allora è tutto chiaro? Discesa, solita formazione e controllo del perimetro esterno. Noi entriamo per primi. La squadra di Gordon ci copre le spalle ed entra dopo di noi. Ricordate, il laboratorio si sviluppa su cinque livelli. Collegati da ascensori e scale. Procediamo in linea. Si bonifica un livello alla volta e si scende al successivo. Le informazioni in nostro possesso ci dicono che verosimilmente il deposito dei campioni della bioarma si trovano al penultimo livello. Mano a mano che scendiamo si piazzano le cariche. Una volta in possesso dei campioni si risale e si procede con l’innesco delle cariche. Quindi estrazione e birra ghiacciata per tutti. Entro domattina voglio essere di ritorno a Bagram. Per cui datevi da fare. Concentrati e niente cazzate. E’ tutto chiaro?”

“Cosa c’è al livello cinque? Se i campioni sono nel penultimo, il quarto, cosa tengono nel quinto?”

Olaf Svensonn, caporale, un gigante biondo di origini scandinave. Le sue braccia sono una mappa di tatuaggi tribali.

“Non lo sappiamo. Non abbiamo informazioni sul livello cinque. Eventualmente lo scopriamo al momento. E adesso preparatevi. Oscar apre la formazione poi io e gli altri dietro. Tu, Melissa, chiudi il gruppo”.

Melissa Kher, soldato semplice, bruna, capelli a spazzola, annuisce senza parlare. E’ una dura ma è anche l’anello debole. Lei lo sa. Gli altri lo sanno. Troppo magra per il suo ruolo. Ogni tanto esita. Le è già successo in passato. Ha paura di sbagliare ancora. Sa che questa è la sua ultima possibilità poi la cacceranno dalla squadra. Non sono ammessi errori in questo genere di operazioni. Non c’è spazio per chi esita. Lei lo sa e non vuole sbagliare.

Di nuovo l’interfono. Di nuovo la voce del pilota.

“Cinque minuti all’obiettivo. Iniziamo a scendere”.

Massimiliano Foschi


 

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