FANS

di Massimo Miranda


“Frank CASTLE”, il vicequestore Trapanese, a capo della Squadra Mobile locale, ha gli occhi stanchi. È stato svegliato nel cuore della notte, un massacro così non lo si vedeva dai tempi della strage di Castel Volturno.

“Frank Castle”, ripete, “non esiste. È uno psicopatico. Era in cura presso i servizi sociali, le asl, eccetera. Il suo vero nome è Francesco Castiglione, faceva l’insegnante, poi, a quanto pare, ha dato di matto. Prima ancora, era in seminario, e studiava per diventare prete. Poi, chissà perché, si èmesso in testa di essere come quello dei fumetti americani, “Il PUNITORE”, un giustiziere senza pietà”.

“Direi che ci riesce bene”, esclama l’agente Camila.

“E il nome è lo stesso.”

“Già. Comunque. Tre anni fa scappa dal centro di igiene mentale e si perdono le sue tracce. Oggi ce lo ritroviamo che fa il culo ad una banda di trafficanti di donne, schiave, prostitute. Quella cazzo di testa di morto sulla maglia nera fa capire subito quali sono le sue intenzioni e perché va fermato. Subito. Ora. Abbiamo un pazzo per strada, un…serial killer. Dio, quanto la odio questa parola. E già domani arriverà una task force mandata dalla cazzo di Roma capitale a prendersi i meriti di quello che facciamo noi da sempre, qui, nella merda.”

“Sarà anche un serial killer, ma in questo caso ci ha fatto un bel favore”, sussurra SERPICO.

“E la task force può farmi anche qualche bocchino a volo.”

Appena 20 giorni dopo, CASTLE non sarà più chiamato “serial killer”.

Nessuno lo beccò nelle successive 24 ore dalle “botte” di Marcianise, e lui trovò il modo di regolare due vicende merdose tra Napoli e Caserta.

Le cose andarono così:

DI COME CASTLE BECCO’ L’ORCO ED IL MOSTRO.

-CASERTA-

“Salgo su per le scale, il palazzo fa schifo, come del resto, tutto, quaggiù.

Il compagno della donna, l’ha stuprata lui, la bambina. Ora è ubriaco fradicio sul divano, sfatto, e puzza di vino e di morte. Le mosche se lo mangiano e lui niente.

Dicono sia successo tante altre volte. Dicono che sia coperto dalla camorra. E dicono che possa fare quel che cazzo gli pare.

È il mostro dei tuoi incubi. Ora io sono il suo.

Si sveglia. Mi vede, e si scaglia su di me. Pesante come un sacco di merda.

Gli sparo alla rotula, alle mani.  Rotola a terra. Urla.

Ora la canna della pistola è nella sua bocca, spaccandogli tutti i denti.

“Scegli”, gli dico. “Ti sparo in bocca e crepi, oppure”, – e tiro fuori il pugnale -, ti cavo solo l’occhio destro”.

“Aaaahhh, cap’e mo’, cap’e mo? …nun m’accirere!!!”

“Scegli!”

“L’uocchio! L’uocchio!”

Lo immobilizzo col nastro adesivo. Glielo passo in bocca. Puzza da far schifo. Ficco il coltello nell’orbita. Plop. Tiro via l’occhio. Glielo schiatto con gli anfibi.

“Ora: dimmi. La tua donna sapeva?”

Prende la mia mano, si porta la pistola in bocca, ci ha ripensato.

“Spara”

“Dimmi della donna”

“Spara!”

“Lei sapeva?”

È lui a premere il mio dito sul grilletto e la sua testa esplode come un cocomero.

La donna, a breve, mi vedrà di notte”.

SCAMPIA. 10 GIORNI DOPO.

Palazzina 7 barra C, sesto piano.

L’Orco aveva già violentato diversi bambini e bambine, in un crescendo orripilante e malefico. Poi aveva assaporato il sangue e gli era piaciuto.

D’Orta Luigi, si chiamava, ed era pazzo.

Ma per essere pazzo, il pazzo s’era mosso mica male, e tre bambini li aveva uccisi, buttandoli giù dal terrazzo di fabbricati diversi.

I carabinieri dormivano. La prima morte la classificarono come caduta accidentale, alla seconda ci pensarono appena, e la terza li risvegliò dal sonno.

CASTLE non dormiva mai.

Poiché quella era una centrale di spaccio, sapeva che le cimici messe dai caramba sarebbero state manomesse. Così, tutte le sante sere si posizionò a circa trecento metri di distanza dalle case dei puffi mirando il microfono direzionale in linea palazzina 7 barra c, dove c’era stato la prima morte. Prima o poi avrebbe sentito qualcosa.

E infatti. In principio furono urla soffocate. L’Orco gemeva, si disperava e piangeva. Proprio come un bimbo. Poi le parole bambine / bambini associate a: sangue e / uccidere e / altra merda, gli diedero la moderata certezza che il mostro fosse proprio lui.

D’Orta Luigi, Giggino ‘o calazzaro, così lo chiamavano, 43 anni, disoccupato con problemi psichici.

L’appartamento era al sesto piano. L’Orco viveva da solo. Di fronte c’erano due zii e i suoi cugini che lo prendevano in giro perché l’orco era brutto assai e puzzava perennemente di pesce. Ogni tanto gli passavano qualcosa da mangiare, giusto per tacitare i sensi di colpa provati per quel povero “disgraziato” che da solo andava avanti, chissà come e chissà fino a quando. Eppure, “quella” cosa la faceva bene. Aveva assaporato il sangue, e gli piaceva.

Il PUNITORE si maledisse per aver avuto la certezza che fosse lui il mostro solo al terzo assassinio, dopo due bimbi, Antonio e Marco, e la bambina, Domenica, sei anni.

CASTLE entrò di notte nell’appartamento dell’Orco e col cloroformio lo stese ancora di più. Poi lavorò come un chirurgo e gli tirò fuori l’intestino, metri di merda.

Gli chiese al risveglio solo questo, mentre il pazzo, l’intestino sparso per il pavimento, guardava terrorizzato: “Quanti sono?”

Prima di andare via sparò tre colpi col silenziatore. Uno tra le gambe, uno in mezzo alla fronte ed il terzo in faccia, come a cancellarlo per sempre.

L’Orco aveva un telefono e aveva le foto. Decine di foto, anche quelle dei tre bambini uccisi. Il lavoro toccava alla polizia, ora. Rintracciare quelle povere anime stuprate e passare il tutto a psicologi e psichiatri. Avrebbero avuto tanto lavoro, negli anni a venire.

Se solo ci fossero stati, gli anni a venire.

Sulla porta, all’interno, lasciò un biglietto, ed il disegno del teschio sul foglio fu inequivocabile: “Il mostro era lui.”

Da quel momento, chi sapeva, passò la notizia. “C’ sta Cap’e mort’, in giro, statev’ accuort’”. E anche squadre mobili e Ros e task force allentarono la presa per un po’. Qualcuno, si dice, gli passò addirittura informazioni per eliminare bestie intoccabili.

Qualcuno tipo SERPICO, per esempio.

Camorristi, stupratori e pezzi di merda cominciarono velocemente a sparire dal giro.

Ma Zeta, l’Anticristo, aveva altri programmi.

Un mese dopo i fatti di Palazzo Reale, giusto a ferragosto, sganciarono le bombe.

“Da dove sono partite?”

“Da Aviano, Frank. Da dove, altrimenti? Fra poco toccherà anche a noi.”

“Il paradiso può attendere”, rispose il Punitore.

CASTLE uscì dall’appartamento, si posizionò sul balcone e prese la mira.

Gli zombi, a decine, vagavano per la strada, da via Bari a via Roma, il tratto era lungo circa mezzo chilometro, in fondo c’era il supermarket, sotto il palazzo, quel che restava di un’officina, e il bar. Di fronte, il bancomat era stato distrutto, e così i vetri. In quel marasma generale, qualcuno ancora pensava che i soldi potessero avere un qualche valore.

CASTLE si fermò a riflettere, guardando lo scheletro in cemento di un edificio sul tetto del quale aveva pensato di posizionarsi per mirare agli zombi che sciamavano sull’Appia; da lassù poteva sfoltire le fila e creare una via di fuga più sicura.  Gli avevano detto che quel palazzo non era in regola col cemento e che erano quasi 50 anni che non lo tiravano su.

Il PUNITORE non poté’ fare a meno di pensare che a breve non sarebbe rimasto più nulla, in piedi.

L’epidemia si diffuse rapida anche in Parlamento.

Fuori i cecchini presero la mira con calma, e un giovane militare di Napoli, dopo il primo colpo alla testa del deputato che usciva barcollando, disse semplicemente queste parole: “’O sole ‘nfoca.”

CASTLE ammazzò il NANO. Poi decise di rendere sicuro il posto. Usciva, e ammazzava. E più ne ammazzava, più non riusciva a vedere vie di fuga.

“Faremo così. Ripuliremo tutto, e stabiliremo turni di guardia”.

“Ti piace perdere tempo”, gli disse il poeta.

“Partiremo dai piani alti. Di sicuro molti saranno in quegli appartamenti, già trasformati. Appena potremo, cercheremo l’antidoto, il siero. Quello di cui parlavano Irina ed il NANO”.

Dell’antidoto aveva parlato soprattutto il NANO poco prima d’essere ammazzato. Fatto sta che sembrava stesse cercando di guadagnare tempo per scappare, e così quando si era fiondato sulla pistola di CASTLE, il PUNITORE gli aveva sfondato la schiena con il suo pugnale; per cui, della cura, dell’antidoto, del siero dei miracoli, se ne parlava adesso quasi come di una pozione magica, inesistente.

In teoria avrebbe dovuto impedire che i contagiati si trasformassero, per cui si poteva anche essere morsi, senza conseguenze.

Magico siero, dove sei?

“Questo pensiero ci terrà in vita”, terminò CASTLE, e uscì.

DIARIO DI GUERRA DEL PUNITORE

18 d’agosto 2014

“Quinto piano, appartamento Ferraro-Comes, pulito.

Sfondo la porta. Sono in due, si stanno divorando, come in un osceno atto d’amore: del colpo di grazia credo non se ne accorgano neanche, solo i gatti in casa gonfiano il pelo sentendo gli spari.

Quarto piano, Simone -Capogrosso. Il marito è morto da giorni e la moglie sbava, gli occhi bianchi. Sparo veloce ed esco.

Poi tocca agl’Izzo – Pergameno, le due ragazze “sopravvissute” sono rapide, ed hanno appena divorato i genitori. Devo usare il coltello, sono riuscite a farmi cadere la pistola. Dio.

C’è mancato poco. Perché ho pensato troppo. Erano…bambine. Sono stanco.

Terzo piano, secondo piano, primo. Garage.

Le tre del pomeriggio, il Getsemani.

“Irina mi disse che alcuni mostri si sarebbero trasformati in vampiri assetati di sangue.  Nei garage del condominio ne trovo uno. Un vero vampiro.

Il mostro esce dall’ombra e mi si scaglia addosso. La sua faccia è come accartocciata e il corpo sembra deformarsi nei movimenti. La sete di sangue lo rende ancora più spaventoso. Sembra enorme, molto più di me.

Matt mi salva la vita. La testa del vampiro ruota di 360 gradi e poi il rosso gliela spacca in due con una mazza di ferro.

“È una battaglia persa” dice, “lo sai anche tu”.

“…Io continuerò a fare quel che devo, Matthew”.

“Servirà a poco.  Se non oggi, domani. Domani pioverà”.

Proprio in quel momento le larve sotto i ponti dell’asse mediano finirono il loro lavoro, e come in un preistorico alien, due mostri squarciarono il torace degli zingari.

I militari tirarono giù le bombe all’alba del giorno dopo, 19 d’agosto, e il mondo finì.

Gli F-35, in fondo, acquistati con tanto sacrificio, erano serviti a qualcosa. Ottimi trasportatori di atomiche, da qui a lì.

Nel frattempo Di Rocco aveva visto e rivisto più volte “Io sono leggenda”, e non era certo Will Smith, ma si era steso nella vasca del bagno come per un’ultima estrema protezione e difesa.

Solo lo scheletro del palazzo “rotto” di fronte, restò in piedi, e le travi e i pilastri sembrarono sorridere.

CASTLE, un’ora prima, aveva trovato le due bambine, inverosimilmente sporche, ma vive.

 “Parlatemi” aveva sussurrato, per non spaventarle, “Ditemi i vostri nomi”.

“…Io sono Helen Ripley. Lei è Lisa, mia sorella”.

“C’è qualcun altro con voi?”

“N…no, siamo americane, veniamo da Portland…eravamo venute in vacanza dai nostri zii. Dove sono papà e mamma? Dove sono tutti?”

Lisa cominciò a piangere. Frank controllò accuratamente che non vi fossero morsi nascosti. Per la prima volta, dopo anni, sentì una fitta al petto.

“Vi porto al sicuro. Non guardate, fuori. Chiudete gli occhi e andrà tutto per il meglio”.

Le bombe caddero giù dal cielo e scoppiarono dritte sulla stazione centrale di Napoli.

CASTLE girò la testa quando il fungo si levò velenoso nel cielo e il cielo cambiò colore.

Poi venne la notte.

FINE?

Massimo Miranda


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