Editorialerecensioni cinematografiche

Live action del 2015 tratto dal fumetto omonimo, recensito per noi da Alessandro De Felice.


 

Tratto dall’omonima serie manga giapponese a fumetti, edita in Italia dalla GP Publishing, il live action I AM A HERO è qualcosa di maestoso alla vista di ogni appassionato del genere zombesco.

 

 

 
Kengo Hanazawa, l’ideatore della serie, scimmiotta la società giapponese con le sue regole ferree ed eccessi. Fattore per il quale è stato molto criticato in patria. Non da meno è questo film, davvero fedele alla versione cartacea dell’opera.

 

750x1055_movie13808postersi_am_a_hero-hk

 

La trama ricalca la vita di Hideo Suzuki, che in lingua giapponese ha gli stessi caratteri della parole “hero”, eroe in inglese, uno dei piccoli dettagli che ritornano molto spesso. Essere un eroe per gli altri è uno dei capisaldi della filosofia del personaggio, che invece è solo un trentacinquenne assistente di un mangaka. Il suo sogno di sfondare nell’ambiente cozza con fallimenti di un passato glorioso e delusioni  varie, come la strana storia con la sua ragazza Tetsuko. Il nostro protagonista è il classico otaku rinchiuso nel suo mondo, immaturo e imbranato che  cerca in tutti i modi di portare avanti un ideale di vita non in linea con la società che lo circonda. Un giorno, una misteriosa epidemia infetta una parte ingente della popolazione giapponese, rendendoli zombie pronti ad addentare e divorare gli umani. Hideo, non ancora certo della situazione, fugge in modo rocambolesco dalla sua casa e dalla sua ragazza ormai zombie. Armato con il suo amato fucile e mantenendo la sua ferrea morale, inizia il suo solitario viaggio finché non conosce la liceale Hiromi e poi l’infermiera Yabu in un fatiscente centro commerciale.

Alcuni fatti importanti si svolgono in maniera troppo sbrigativa rispetto al manga, anche se abbiamo avanti due ore di film e da fan non ne risentiamo troppo.
Il tutto si svolge in maniera molto lineare, non abbiamo cali di tensione e non ci perdiamo più di tanto nei ragionamenti di Hideo come nel manga. La sequenza degli avvenimenti ha pochissimi punti morti e se vogliamo dirla tutta: è tutto fottutamente adrenalinico.
Anche il finale, un po’ troppo alla Commando, non dispiace più di tanto ma si riaggancia all’abilità di tiratore al piattello che il personaggio ha nel suo background, cosa che nel fumetto viene spiegato un po’ meglio.

La filosofia dietro al comportamento degli zombie è incentrata sulla società consumistica nella quale viviamo e ci prende quasi a schiaffi. Ogni morto vivente impersona una tipologia di persone che schematizza la vita in diversi binari tutti uguali. Hanazawa  gioca nella sua storia, rendendo gli zombie il più possibile “reali” sotto il punto di vista umano. Un virus che, oltre a trasformare il corpo in un predatore assetato di carne con le tipiche sembianze dei film del sol levante, mantiene intatta la routine quotidiana lasciano alcune ripetizioni comportamentali, una sorta di loop eterno che il soggetto è destinato a seguire. Vediamo il manager che parla da solo al telefono, il pendolare che assume la posa per sorreggersi alle maniglie del bus anche se si trova da solo a centro strada, l’atleta olimpionico di salto in alto che continua a ripetere il suo gesto sportivo fino a deformarsi completamente il cranio per le continue cadute. Un comportamento che abbiamo già visto negli zombie romeriani, come il famoso benzinaio ne “La terra del morti viventi”, ma che Hanazawa riesce a rendere più angosciante. Un senso di pesantezza pervade lo spettatore che assiste a tutto ciò, mentre un tonto Hideo cerca di razionalizzare qualcosa che è al di sopra della sua portata.

Nella trasposizione viene accennato il lato sessuale dell’opera, fattore per il quale Hanazawa venne criticato per aver mescolato erotismo a scene di spatter. Comportamenti che escono dai canoni dei generi lineari: se una storia è erotica non può essere horror e se è horror non può essere erotica. Questa “selettività maniacale” è un altro punto nel quale il nostro mangaka sguazza fottendonese allegramente. Infatti il nostro bel Hideo ha quel minimo di perversioni sessuali che ogni uomo, circondato da disegni di nudo tutto il giorno, prova. Fantasie che vengono spinte in profondità grazie sempre alla sua ferrea disciplina e comportamenti impostati che lo rendono quasi ridicolo.

Per la serie “il film è bello ma il libro lo è molto di più”, ho finito per recensire il manga e non propriamente il film, ma, dopotutto, i giapponesi nelle trasposizioni ispirate ai fumetti riescono ad essere fedelissimi e a restringere tutto in un tempo stabilito. Quindi ne esco vittorioso.

Forse ci sarà un seguito, come ci lascia intendere il finale ?

Lo spero fermamente, perché adoro questa saga.
 

 

Alessandro De Felice

 


 

 

Lascia un commento