EditorialeRacconti brevi

Quel colle sovrastava tutte le valli e i paesi sottostanti, ergendosi su di una natura che sembrava dominare con uno sguardo a trecentosessanta gradi o con “l’occhio in culo”, come si diceva in un vecchio gergo. La strada per arrivare in cima era una vecchia mulattiera percorribile solo con un’auto vecchia già scassata e con ottimi freni, perché la china era veramente irta. In inverno scompariva per la crescita smisurata di gramigne e altre erbe infestanti, selvagge e rigogliose. Tutto lì sopra era roccioso e duro. Era il Colle d’acciaio.

Mio padre comprò quel cocuzzolo per poche centinaia di lire (e mia madre lo svendette in maniera similare pochi anni or sono). Diversi decenni addietro, un tempo che si perde nei ricordi di bambino e ancor più di adolescente, vi furono buttate e incementate quattro pareti e un tetto. I muratori del circondario erano mastri veloci e ineguagliabili macchine da lavoro, incuranti dei quaranta gradi all’ombra, della mancanza d’acqua, del vento torrido e silenzioso delle estati siciliane. Tutto lì taceva, dalle vipere acquattate nell’ombra alle rare lucertole ancora vive. Solo i gechi respiravano fermi e immutabili dietro le ceramiche rumene appese dentro la casa.

Esposta alle intemperie naturali, la costruzione fu celermente arredata, soprattutto per affrontare il freddo invernale: una stufa in ghisa, un letto qualsiasi, un armadio militare pesantissimo in ferro, un cucinino a gas, e uno scaffale con diversi libri, dei quali ricordo solo i Racconti del terrore e del grottesco di Edgar Allan Poe, e uno su Vlad III di Valacchia. La porta e la finestra erano in ferro, a prova di scasso, così concepite per custodire i pochi libri dal valore inestimabile…

Crescendo mi ritrovai nell’età adatta, secondo mio padre, per imparare a sparare con la pistola. Era una Luger P08, la più bella arma mai concepita. I bersagli furono quasi sempre un vecchio bidone dell’olio e la finestra color rosso antiruggine in ferro. In pochi mesi, forse anni, divenni un ottimo tireur, e gli obiettivi da colpire si trasformarono in un pacchetto di sigarette MS per mio padre e uno di chewingum per me.

Da allora diverso tempo è passato, probabilmente alcuni decenni, e gli eventi si sono portati via casa, libri, padre e soprattutto pistola, il cui ricordo è essenzialmente legato ad anni spensierati e felici.

Ma quella sera ritornai sul mio colle, ritornai nella mia casa, era il giorno predestinato per il seppuku.

 

I poliziotti ormai m’inseguivano da ore, e io braccato sapevo che mi sarei rifugiato sul colle, ma lo intuivano pure loro. La corsa forsennata in motocicletta per sfuggire ad elicotteri e macchine si arrestò alla sbarra che qualcuno, un nuovo proprietario, un essere qualsiasi, aveva piazzato a mia insaputa all’ingresso della ripida strada di campagna. La moto rovinò a terra e io volai al di là della trave. Raccolsi lo zaino pieno di scatolette, acqua e caricatori, imbracciai il mio fedele Fr-F2 trafugato chissà dove… e mi appostai nell’erba, nell’oscurità.

Prima di salire a morire verso il colle, arroccandomi in casa, volevo abbattere qualcuno. Ero alla fine della mia guerra.

 

– È tutto sbagliato, tutto sbagliato cazzo… Non doveva finire così! – .

Il vento aveva iniziato a soffiare da sud. Il solito vento caldo che non dava tregua nemmeno agli habitué, lasciando poco margine al respiro, già compromesso dalla fuga e dall’adrenalina che mi scorreva impazzita nelle carni. Una timida luna fece capolino da dietro il colle, consentendomi una visuale più ampia sulla vallata sottostante ma rischiando a mia volta di essere scorto.

La bassa vegetazione di mirto e ginestre non favoriva la mimetizzazione e il vociare assordante delle cicale copriva il suono ovattato dei “Loro” passi, sempre più vicini e pericolosi.

– Non doveva andare così… se solo ci fosse mio padre… –.

Un senso di nostalgia e di sconforto mi pervase al punto da lasciarmi esausto e vuoto: mio padre avrebbe saputo cosa fare, anzi, se ci fosse stato lui, tutto questo non sarebbe successo; la mamma non avrebbe venduto la proprietà, io non sarei diventato un reietto, e lei non si sarebbe ammalata.

Luci in lontananza mi riportarono alla realtà, costringendomi a spostarmi più in alto, là dove un tempo era la mia vita, la mia spensieratezza. La vera felicità.

Mi inerpicai lungo il rilievo ad est e mi appostai tra due costoni di roccia prospicienti un dirupo, poggiai il fucile dove le rocce si intersecavano e avvicinai l’occhio buono al mirino. Laggiù, tra la vegetazione, li vidi avanzare sempre più minacciosi.

Caricai e presi la mira: svuotai la mente, trattenni il fiato e feci fuoco.

La vidi! Mio padre aveva ragione! Una piccola nuvola di fumo apparve dietro la testa del bastardo prescelto, che cadde stecchito, accasciandosi sulle ginocchia. Due si avvicinarono al malcapitato per poi puntare le luci nella mia direzione e ordinare agli altri di raggiungere quel punto. Altri due spari e altrettante nuvole si sparsero nell’aria.

Abbandonai la mia postazione e mi spostai più in cima, verso il mio amato Colle.

Ho ancora impressa vivida nella testa l’espressione di mia madre quando le dissi di odiarla; aveva distrutto il matrimonio e mio padre, che dalla disperazione si tolse la vita proprio nel momento in cui avevo più bisogno di lui, lasciandomi solo. Mi tolse tutto ciò in cui credevo, primo fra tutti la solidità della famiglia, che invece andò in pezzi come il mio cuore e la Trinacria in ceramica appesa al muro della camera da letto, dove si uccise con la P08.

Presi un sasso e lo lanciai in fondo alla scarpata. Volevo che mi vedessero, volevo che mi raggiungessero, per sfogare la mia rabbia su quegli esseri immondi ed ucciderli uno ad uno, come loro avevano fatto con la mamma.

Una, due, tre esplosioni rimbombarono dalla vallata e sibili di proiettili mi sfiorarono minacciosi.

Abbassai la testa, come a voler schivare la morte, ma solo per ritardarla. Ero ben conscio del mio destino, ma avevo bisogno di tempo.

Strisciai tra i cespugli di rosa canina e i ciottoli appuntiti, nascondendomi dietro ad un antico muretto di pietre. Sentivo le loro urla… sempre più vicine. E poi il silenzio.

Ricaricai il mio Fr-F2 pronto al contrattacco. Passi incerti lungo il selciato mi allertarono e il cuore batteva a mille, quasi volesse uscire dal petto.

E arrivò, furtivo e tacito, ignaro del suo destino; girai la mia arma e col calcio del fucile lo colpii in piena faccia. Lui stramazzò a terra, il viso in una maschera di sangue. Lo guardai, gli sputai addosso e fracassai la sua testa. Una pozza di sangue scuro misto a materia grigia si sparsero e inondarono la terra brulla. Rovistai nelle sue tasche e trovai i caricatori, raccolsi la sua pistola e mi gettai a terra nel momento in cui giunse un altro sparo.

Raffiche di proiettili volarono sopra la mia testa ed io, con la faccia nella terra maledissi quel giorno. Mi trascinai lungo il selciato impervio, scivolando sulle pietre e lacerandomi le ginocchia e i palmi delle mani.

Il mio Colle sembrava irraggiungibile e il vento caldo mi tagliava il fiato. Raccolte le ultime forze, mi inerpicai lassù, scavalcando rocce e spezzando i piccoli rami aguzzi degli arbusti, che mi si paravano davanti sfregiandomi viso e braccia. Tempo, mi serviva tempo.

–  Perché mi fai questo? –

Mi rimbombarono nelle orecchie le parole di mia madre, smunta e gracile, immobile in un letto d’ospedale.  – Lo sai che ti voglio bene –.

– Anch’io ti voglio bene… mamma, per questo lo faccio… –.

La vecchia porta in ferro color rosso antiruggine mi si parò innanzi, a pochi metri dalla recinzione; era ancora lei! Percorsi con lo sguardo tutta la facciata e vidi anche la finestra, ma questa si presentava diversa, con un’intelaiatura nuova e le vetrate intatte. Dov’era finita quella vecchia, con i fori dei proiettili delle mie innumerevoli sviste?

Scavalcai lo steccato e mi avvicinai alla “mia” porta; la toccai, scorrendo in punta di dita tutte le increspature della vernice scrostata. Ero a casa… finalmente.

La aprii con forza e trepidazione e il mio cuore sussultò quando vidi che l’interno era molto cambiato dai miei lontani ricordi di adolescente. In mezzo alla stanza c’era un tavolo in legno grezzo e quattro sedie intorno, una grande credenza sulla parete di fronte e due poltrone in stoffa pesante sulla destra davanti al camino. Un piatto sulla mensola si ruppe in mille pezzi e, voltandomi di scatto, li vidi, fermi dietro alla staccionata. Innumerevoli puntini rossi s’infransero per un istante sulle retine, ma fui più veloce di loro.  Richiusi in fretta la porta e mi accucciai dietro. Le mani mi tremavano al punto da non riuscire a fermarle e il cuore batteva all’impazzata.

Chiusi gli occhi, provando a calmare il mio animo ma solo disperazione e rabbia affiorarono, insieme a calde lacrime che mi rigarono il viso. Strinsi i denti fino a sentirli scricchiolare e colpì col pugno la porta.

– Ti voglio bene mamma e non voglio vederti soffrire. Mai più –.

Il coltello entrò come burro nella sua pelle trasparente come carta velina e si conficcò in profondità nella tempia, lasciando solo un vacuo ricordo nei suoi occhi ormai vuoti.

Non potevo lasciare che ti cambiassero, che ti trasformassi in un essere immondo. “Loro” non ti avrebbero usato come cavia e non lo avrebbero fatto con me. Io li avrei ammazzati tutti… tutti.

 

La notte lasciò il posto all’alba e nel crepuscolo, un tenue sole si affacciò ad un nuovo giorno. Udii i primi canti degli uccelli e in cuor mio sapevo che sarebbero stati anche gli ultimi.

Appoggiai a terra il fucile, mi sfilai lo zaino e lo posai sul pavimento. Mi tolsi la maglietta e la sistemai accanto al fucile. Presi la pistola e controllai che ci fosse almeno un proiettile in canna e respirai a fondo, come a voler incanalare nei polmoni più aria possibile.

– No, non ti sei trasformata in uno zombie, mamma… E nemmeno io lo diventerò –.

Mi alzai appoggiandomi alla porta, mi voltai, afferrai la maniglia e aprii.

I miei occhi puntarono su di “Loro” e la mia mano lentamente si sollevò. Tutto il resto fu un sogno.

Il cinguettio mattutino fu soverchiato da urla disumane e mani protese che m’invocavano.

La canna si avvicinò alla tempia e nell’attimo di un click, piccole luci s’illuminarono davanti a me e mille aghi m’invasero, scaraventandomi al suolo. Sentii il respiro accelerare e un bisogno spasmodico di aria mi si bloccò in gola. Lo sguardo mi si annebbiò dalle lacrime che mi solcarono il viso ed un sorriso apparve sulle mie labbra.

Ero finalmente a casa.

 

Michela Iucchi
Hans von Oberhausen-Valdez


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