FANS

“Vieni dolce Morte, vieni”

(Il legionario, “Kameraden” Sven Hassel)

 

 

Argentina, Rivadavia, Settembre 1954

 

– Possiamo cominciare. Si sente comodo?

– Mmmmhh…

– Come ha detto? Giusto… se non le tolgo il bavaglio non può rispondermi… Ecco fatto.

– La prego mi lasci andare, mi sta facendo male, sono ore che sono seduto in questa posizione, non sento più le gambe.

– Vedo che ha il collo rigido, le fa male?

Mi guarda interdetto, – Sì, tanto e ho un orribile mal di testa, la prego mi sleghi non ne posso più. Cosa vuole da me? Non sono ricco, ma quel poco che ho è suo… mi lasci andare.

– Lei soffre di cervicale. ecco qual è il suo problema. Come la capisco, ne soffro anch’io vorrei fare qualcosa per alleviarle questo tormento, anzi sono sicuro di poter fare qualcosa. Chissà, alla fine della giornata le potrebbe passare del tutto.

– No, la prego non mi faccia del male…

– Farle del male? Si figuri, mi ha preso per uno psicopatico?  io voglio solo giocare con lei, ho portato anche i giocattoli. Anzi lasci che glieli mostri.

E con un rapido movimento scopro il tavolino con gli strumenti di tortura.

– Belli, vero? ho speso un bel po’ per averli, sono tutti di ottima fattura. Guardi! Sono lucidi, brillanti, affilati ma non arrugginiti. Non vogliamo mica prenderci il tetano vero? Allora signor Bredow, ha qualcosa da dire prima di cominciare?

Ha lo sguardo fisso sul tavolo. Capisce benissimo il significato di questa mostra. Anzi sono convinto che il suo cervello ha cominciato a mostrare, involontariamente, l’apprezzamento dell’intenditore. Pezzo di merda.

– Si sta sbagliando io non mi chiamo Bredow, il mio nome e Rafaèl Mendoza.

Sta sudando come un porco, è realmente terrorizzato. E perché non dovrebbe esserlo. Quegli strumenti sono lì per lui, e non vedono l’ora di riempirlo di attenzioni.

– Bene señor Mendoza, io le vorrei credere…

Un sospiro di sollievo. Idiota.

– Ma c’è una cosa che non capisco, lei parla uno strano inglese, si sente che è abituato a parlare spagnolo, ma quando usa la mia lingua ha un accento marcato. Tedesco, direi recht ?

Per un attimo trattiene il respiro, è di nuovo teso, bene.

– Io… io… non parlo tedesco, e non mi chiamo così… per favoreeeee.

– Cominciamo male signor Bredow, lei dice le bugie. Lo sa che a Pinocchio si allungava il naso quando le diceva? La vedo perplesso. Pinocchio, il burattino del cartone animato. Non va al cinema spesso, vero? Non sa cosa si perde. Peggio per lei.

E prendo il coltello, uno Skinner, un coltello da caccia usato per scuoiare le bestie, praticamente senza punta, in guerra lo si usava persino come rasoio quando non avevamo a disposizione le lamette. Glielo passo davanti agli occhi.

– Su, rifletti pezzo di stronzo, fra poco avrai risolto il problema della rasatura di tutti i giorni. Ti devi cagare addosso.

Il tempo passa, stille di sudore gli cadono dal viso. Bene, lo ha guardato e ha avuto tutto il tempo per pensarci. Cominciamo.

– Allora señor “Mendoza”, il mio amico qui ha voglia di giocare con lei. Personalmente, trovo disdicevoli i giochi di contatto, sono più un tipo da tennis, ma ehi, chi sono io per dire a qualcun altro come deve divertirsi. Guardalo sta piangendo la merdina, e non ho ancora cominciato.

Allora mi dica il suo vero nome.

– La prego non lo faccia, non sono chi pensa, non mi faccia del male, non sopporto il dolore.

Già, non sopporta il dolore questo bastardo, ma gli piaceva dispensarlo.

– Le ho fatto una domanda precisa, non mi ripeterò.

– La prego…

– Risposta sbagliata.

La lama si muove con lentezza e precisione, e taglia una striscia di pelle dalla guancia destra della dimensione di mezza banconota da un dollaro. Il porco urla come se lo stessero sbudellando, che esagerato.

– Urli, urli pure, se la fa stare meglio, comunque non ci disturberà nessuno, la stanza è insonorizzata, un lavoraccio mi creda, e siamo in aperta campagna, non c’è anima viva per chilometri.  Piuttosto vuole del dopobarba? Potrebbe farla stare meglio.

Prendo la boccetta di Acqua Velva e gliene spruzzo un po’ sulla ferita. Tira fuori un urlo da record.

– Fa male, vero? però disinfetta, pensi che in guerra alcuni miei colleghi, in mancanza di altro, se lo bevevano come fosse un liquore. allora señor, le rifaccio la domanda, le conviene rispondere, perché se non lo farà… beh, le farò così male da portarla alla morte; e morirà, di questo può esser certo, e lo farà nel dolore, in mezzo al suo sangue, con le budella sotto i piedi. Dopo di che il suo corpo sparirà; nel seminterrato ho un efficientissimo forno crematorio. Pensi, l’ho fatto impiantare dalla ditta J.A. Topf und Sohne.

– Nel dolore, i suoi occhi hanno un lampo di consapevolezza

– Ah, vedo che ha capito di cosa parlo vero? Allora, continuiamo?

Detto questo, mi volto e controllo gli strumenti. Prendo un ferro da uncinetto e comincio a rigirarmelo fra le mani.

– Sa cosa farò con questo? Credo di sì, ma è sempre meglio spiegare tutte le regole del gioco. La correttezza prima di tutto. Non vorrei sentirmi dare dell’imbroglione. Comunque, cercherò tracce di cerume nel suo orecchio, e andrò a fondo, dovrò stare attento per evitarle la rottura del timpano, ma a volte uno può sbagliare, e si perde l’udito. Succede. Guardi che se spalanca ancora gli occhi, li tirerà fuori dalle orbite. Risponda correttamente, invece.

– La prego… va bene, confesso, dirò tutto quello che vuole sapere, ma almeno mi risparmi la vita; già la coscienza mi tortura per quello che sono stato costretto a fare. Io… io… eseguivo soltanto ordini.

La solita manfrina: sono stato costretto, eseguivo gli ordini, da bambino mi picchiavano…

– Il nome prego ed anche il grado.

Mi guarda frustrato

– Mi ucciderà dopo?-

– No, non lo farò, a me servono solo le informazioni. Dopo la lascerò qui da solo, legato, ma vivo.

Sentendosi sollevato, comincia

– Sono l’SS Sturmscharführer (*) Paul Bredow.

– Bene, ora ci siamo, vede caro Sturmscharführer, ci vuole così poco, adesso andiamo avanti; lei era di stanza a Sobibor giusto?

– Sì, ma…

– Nessun ma, le sue giustificazioni non mi interessano.

– Sì… va bene.

– Bravo. Continuiamo… lei era di stanza a Sobibor?

– Sì.

– Ed era addetto al Lazaret, giusto?

– Sì.

– Braaavo. E il Lazaret era l’area nella quale venivano eliminate le persone impossibilitate a raggiungere da sole le camere a gas?

– Sì, ma vorrei…

– Di nuovo? allora mi spiego meglio.

– No, no, la prego nooo.

Gli blocco la testa con un laccio contro la parte alta della sedia, poi prendo l’uncinetto e comincio a esplorargli l’orecchio, piano, piano, sempre più in fondo, capisco di aver raggiunto il timpano quando lancia un urlo acuto, allora ritiro la mano.

– Allora, ora ha capito???

Poso l’uncinetto.

– Lei deve capire… io eseguivo soltanto ordini. Per favore.

– Allora sei scemo.

– Prendo un grosso chiodo e un martello.

Soltanto ordini?soltanto ordini faccia di merda?!  

Mi inginocchio davanti a lui, gli prendo lo scroto con la punta delle dita (francamente schifato) e lo allungo sulla sedia, poi fermo i lembi della pelle con il chiodo, facendo in modo di non intaccargli i coglioni. Sa cosa sto per fargli, questo era uno dei suoi esperimenti preferiti in quel maledetto capanno.

– Com’è che lo chiamavate? Ah sì, il fico appeso.

E calo il martello. Il dolore è talmente forte che questa volta sviene. Deve aver fatto un male cane, lo lascio un poco nell’oblio mentre mi fumo una sigaretta; Lucky strike le stesse che ci davano nell’esercito, dicono che sono buone, per me sanno di merda secca, prima fumavo Marlboro, comunque ormai mi ci sono abituato e poi costano poco.

Finita la sigaretta, prendo un secchio d’acqua fredda e glielo tiro addosso svegliandolo, aspetto qualche minuto, gli do il tempo di riprendersi.

– Buongiorno, scusi se non ho portato la colazione, ma dubito abbia fame.

– Basta, basta, non ce la faccio più.

– Sta a lei, si attenga alle regole e la cosa finisce qui. A proposito, a differenza delle sue usanze ho fatto in modo da non renderla sterile, le sue palle sono ancora al loro posto, ma non si muova troppo là sotto, o finirà per aprire la buccia.

Incredibilmente, ha tirato un altro sospiro di sollievo.

Prendo due foto da un cassetto e gliele mostro.

– Riconosce queste due persone?

– Sì!

– Immagino… non ricordi i loro nomi.

– No.

-Si chiamavano Amos Blumberg e Angela Haber, erano marito e moglie, 30 anni lui, 27 lei. Ora ricorda?

– Sì!

– E ricorda cosa promise loro?

– Ma come fa a sapere…

– Ho avuto fra le mani un suo sottoposto, il suo compare, l’SS Eberwolf Krause. Un tipo molto loquace, ma non deve preoccuparsi, non potrà testimoniare contro di lei, lui non ha saputo giocare, e le sue ceneri sono finite nello scarico del cesso. Adesso però risponda.

– Promisi che se mi avessero consegnato i diamanti che tenevano nascosti, li avrei risparmiati, e avrebbero ricevuto migliori condizioni; mi erano simpatici, erano due ottimi musicisti, ma l’Obersturmführer Tomalla li voleva morti, a lui non piaceva la musica.

– Sì, è andata quasi così, in realtà lei disse che avrebbero ricevuto un trattamento speciale; krause mi ha detto che vi siete fatti delle belle risate mentre entravano nella camera a gas, e con voi c’era anche quel porco di Tomalla è vero? Ricordi di dire la verità, o quant’è vero Iddio la sventro ora e le faccio mangiare le sue stesse budella.

– Sì, sì è vero.

Si affretta a dire il nazista.
– Bene adesso lei mi dirà dove sono custoditi i diamanti, perché è giusto che i loro parenti ne rientrino in possesso.

– Ma poi mi lascia andare?

– Le ho già detto di sì, a me interessa solo stabilire la verità.

– È tutto quello che mi è rimasto…

– Tutto quello che ti è rimasto? TUTTO QUELLO CHE TI E RIMASTO?  E A LORO COSA È RIMASTO, INFAME!?

Abbasso la voce, rallento i battiti, riprendo il controllo.

– Le avevo fatto una domanda.

Volgo lo sguardo sul suo braccio destro.

– Ma cosa vedono i miei occhi… lei sul bicipite ha tatuato il simbolo delle SS con il suo motto: “il mio onore si chiama fedeltà”. Molto suggestivo.

Prendo lo skinner.

– Ma lo sa che ne faccio collezione, permette?

– Oddio no, no la prego!

– Non bisogna essere troppo attaccati alle cose. Su non faccia l’egoista.

Gli strappo il lembo di pelle, urla e mi prega di smettere.

– Su via, lei dovrebbe capire il mio piccolo hobby. Dopotutto anche quella gentildonna di Ilse Koch  faceva candelabri e graziosi cuscini per i divani con la pelle tatuata degli ebrei. Se non sbaglio eravate amici. Una personcina mooolto creativa…

Quando finisco il lavoretto, mi allontano per prendere un caffè, lo sorseggio ascoltando i suoi lamenti. Meglio della fottuta Quinta di Beethoven.

Lo lascio ancora qualche minuto a pensare, poi mi riappresso.

– Forza, dimmi dove hai messo la refurtiva e facciamola finita. Fra un mese ti rimarranno solo cicatrici e brutti ricordi, ma almeno sarai vivo.

– La roba è nascosta dietro il muro della cucina di casa, a fianco dei fornelli, sulla destra c’è un ripiano per i piatti: è lì dietro!

– Bravo, ci voleva tanto? se l’avessi detto subito, ci saremmo risparmiati tutto questo macello.

gli infilo una siringa nella giugulare e gli inietto una dose di sonnifero. Dormirà per due ore. Giusto il tempo necessario.

Quando torno, lo trovo un po’ intontito ma sveglio.

– Bene, ho trovato il malloppo. Sei stato sincero alla fine, meriti perciò un premio.

E gli punto la pistola alla fronte.

Immediatamente riprende totalmente coscienza.

– Aspetta, avevi detto che se ti avessi rivelato il nascondiglio mi avresti lasciato libero.

– Cosa posso dirti… sono un bugiardo. Ma tu mi capisci vero?

E gli sparo a bruciapelo.

Con fatica, quanto pesa sto’ sacco di merda, lo trascino nel seminterrato, lo porto davanti al crematorio e ce lo infilo dentro. Accendo il fuoco e mi allontano di qualche passo.

– Spero ti goda il caldo stronzo! sembra che asciughi le ossa, sai la cervicale…

 

FINE

 

Danilo Calabrese


(*) Grado delle SS equivalente a sergente maggiore.


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