EditorialeRacconti brevi

VIAGGIO A BERMUDOLLE

 

Sono in viaggio, in treno, la destinazione è Bermudolle, una cittadina ai confini con la verdeggiante Umbria. Il paesaggio che si sussegue dal finestrino è immaginifico, istantanee più di ulivi che di fichi. Nella lugubre ma ridente cittadina di Bermudolle qualche mese fa si sono svolte le elezioni comunali e pare che, incredibilmente, abbia vinto un movimento di giovani fondamentalmente vegani. Si narra che, dopo l’insediamento della giunta, siano state imposte leggi alquanto astruse e per certi versi violente. Sono stato letteralmente lanciato a descrivere questa news, preso a calci in culo dal mio direttore, a dir la verità.

Avendo constatato che con i fratelli Ballettieri non si batte un chiodo e il mio conto in banca lampeggia rosso sangue, ho accettato di tornare a scrivere per la Gazzetta del Popolo. Sono rientrato, agli ordini di quell’infame direttore che chiaramente, dopo avermi definito un insubordinato, un mentecatto, un sognatore per di più fannullone mi ha notevolmente ridotto la paga.

Ammirando lo spettacolo gratis dal profilattico vetro del treno, mi trastullo la pancia con la mano, sono ingrassato, devo depilarmi l’addome, probabilmente non mi sposerò mai, sarò vecchio e sarò solo, buttato in stanza con altri anziani rincoglioniti, un futuro del cazzo. Mi annuso la mano, devo lavarmi.

Il viaggio procede spedito, la fortuna mi ha baciato sul collo, ho trovato un posto a sedere finalmente, raggomitolo i pensieri e mi concentro sul da farsi. Nonostante tutto.

Un coreano del nord, insomma un cazzo di muso giallo, abbastanza invadente come colore si siede accanto, ha fame e lo si capisce, non bada a niente e a nessuno, sfodera la sua razione K, il suo personale missile contenente mangime asiatico addirittura sottovuoto. Stappa la bomba culinaria, l’odore di quella brodosa gelatina chimica invade lo scompartimento. Il coreano si avvinghia sul cibo, mangia con ingordigia quei maledettissimi pezzi di stronzo fritti, poi succhia spaghetti a forma di tenia, mastica con un rumore di ossa che s’incastrano, ingoia, il pomo d’Adamo va su e giù come un pulcino senza testa. Interminabili minuti di disgusto si susseguono. Tento in tutti i modi di distrarmi, provo con la lettura di un libro di Chandler, riprendo una partita a scacchi su lichess.com. È tutto inutile, il viaggio assume le caratteristiche di una guerra psicologica. Tento la carta della diplomazia e rimango impassibile. Avevo scelto di viaggiare in treno per evitare inutili sbattimenti e invece… Si sente che ha smesso, a un tratto un silenzio quasi cavernoso, il colore della sua pelle assume una gradazione tendente al paonazzo, ha divorato il pasto troppo velocemente, capisco ciò che sta per accadere. Si porta la mano alla bocca ed erutta senza esitazione. La bomba è esplosa, vorrei poter scappare, dileguarmi ma perderei il posto a sedere. Resisto. Si è saziato il porcellino d’india, ora rumina e tenta di togliersi i rimasugli di cibo dalle intercapedini dei denti con colpi d’aria compressa proveniente dai polmoni impregnati di quell’odore del dado del brodo della minestrina per anziani. Tossisce improvvisamente e tira su aria con le narici: un mix di muchi, cibo, sangue, polpette del naso vanno a finire nello stomaco. La guerra è dichiaratamente infame, devo reagire, non posso rimanere inerme.

La voce metallica dell’hostess ripete: ”Europa station, Europa Station”, lui si gira, è distratto, sorride sguaiato e mi domanda in un elegante inglese: “Excuse sir, this is Airport station?”, gli rispondo: “Yes sir”.

Vendetta. Sarà il preludio di una storia di merda.

 

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*Nicola Capocchia è giornalista della Gazzetta del Popolo, redattore del magazine ilovezombie.it Puoi downloadare altri racconti di Nicola Capocchia cliccando QUI


 


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