FANS

Nell’ombra
(prima parte)

 

Mi accingo a prepararmi.

Dopo aver fatto una doccia, spruzzo un po’ di deodorante ed il solito mezzo secchio di profumo qua e là.

Nella frenesia, quasi sto per dimenticare le chiavi e ritorno in cucina per riprenderle, quando, il telefono squilla.

 

  • Eccomi – rispondo in maniera frettolosa
  • Sono quasi sotto casa tua
  • Arrivo
  • Ciao scemo

 

Entro in ascensore e nel vetro sporco di ruggine, scorgo la mia immagine e l’ansia riprende ad invadermi.

Tornerai prima o poi… non puoi sparire per sempre.

 

 

Quella era la mia immagine… scura, lasciata a se stessa.

Il senso di abbandono che trasmetteva quello specchio mi faceva riflettere, mi faceva capire che il tempo era andato avanti ed io avevo trascurato me stesso come quello sporco pezzo di vetro.

Mentre infiniti pensieri mi si accavallavano in testa mi rendevo conto, forse un po’ in ritardo, che l’ascensore mi aveva già portato al piano terra ed io stavo ancora lì a guardarmi allo specchio, a sperare che da un momento all’altro quell’immagine si riempisse di colori.

Aprii la porticina dell’ascensore: l’uomo-armadio di circa cento chili aspettava a braccia conserte che io uscissi dall’ascensore, e quando incrociai il suo sguardo, tenni gli occhi bassi, rivolgendogli un timido, quasi balbettante, buonasera e mi proiettai verso il portone.

Solito sforzo sovrumano per aprirlo e finalmente fuori.

Altra chiamata in arrivo.

 

  • Sono arrivata alla chiesa che mi avevi detto, credo di essere sotto casa tua
  • Ci sei… ti sto vedendo

 

Riattaccai e le feci un cenno con la mano, lei sorrise ed io mi avvicinai alla macchina.

Aprii lo sportello e mi immersi sul sedile accanto al posto del guidatore.

Mai visti così tanti peluche in una sola auto.

 

  • Non posso crederci, è da una vita che non ti vedo – esordii
  • Ciao! Già, da una vita veramente!!
  • Devo pagare il biglietto per entrare in questo zoo o hai qualche ingresso omaggio?
  • Che stupido – sorrise

 

Eva, pantaloni di velluto ben aderenti, camicia e giacca pesante: insomma ben vestita, forse troppo.

Io, maglietta Jack Daniel’s.

Constatai solo in quel momento che in fondo avevamo due modi opposti di vestire.

Lei era la stessa di un anno fa, solo i capelli leggermente più lunghi e le sopraciglia molto più curate.

Anche il profumo era ancora lo stesso, morbido, cotonato, provocante… incredibilmente costoso.

Una sensazione strana: senza farmi nessun complimento, senza accennare ad una parola qualificativa nei miei riguardi, era riuscita quasi a farmi sentire in dovere di dirle un grazie, che per lei non avrebbe avuto senso ma per me, in quel momento, sì.

La mia vita fin lì era rimasta troppo distante dal mio modo d’essere e questo mi stava portando quasi a dimenticare chi ero.

Provai un brivido, un soffio d’orgoglio…

Dov’ero stato per tutto quel tempo?!

 

Il cambiamento è qualcosa di cui non ti accorgi inizialmente, perché entra in fondo alle tue abitudini, ti accorgi di esso a metà del percorso o chissà, alla fine.

Come se avesse letto nei miei occhi un briciolo di abbattimento, mentre mi sforzavo di apparire totalmente spensierato e sorridente, mi disse:

 

  • Alex, tu non sei quello che pensi. Sei molto di più
  • L’avevo dimenticato – dissi con un pizzico di delusione
  • Ma te stesso non ti ha dimenticato, c’è sempre tempo
  • C’è un motivo se ho insistito tanto per farti essere qui stasera
  • L’ho notato – e sorrise nuovamente

 

Come succede spesso nella vita, quando ci si avvicina all’essenza di qualcosa, s’intrufola un evento, apparentemente destabilizzante e fuorviante. Squillò il cellulare:

 

  • Pronto??
  • Alex, come va?! Hai già mangiato!? – rispose la voce femminile
  • Ehm, no no, sto per mangiare, tranquilla tutto a posto
  • Te l’ho già detto domani vengo a farti visita, quindi fammi sapere a che ora hai lezione così mi organizzo
  • Ovviamente, comunque, scusami ma sono con una mia collega, ti richiamo dopo o in caso richiamo domani
  • Sì sì tranquillo! Buona notte ciao… ciao

 

Mi guardò con aria interrogativa, ma non sospettosa:

 

  • Scusami era la mia ragazza
  • La tua… ragazza?
  • Sì, mia madre. È lei la mia ragazza ideale
  • Aahahahaha, ma tu sei pazzo!

 

Così, superato il momento di pausa, ricominciammo a parlare, ma la discussione entrò in una chiave prettamente confidenziale, di ascolto da parte mia, per qualche dettaglio che lei andava raccontandomi della sua esperienza sentimentale.

Non mi dispiaceva, perché mi sentivo riempito di fiducia e capivo, dalle parole con cui si esprimeva, che forse io ero l’unico o comunque uno dei pochi ad averle ascoltate, con tutti questi particolari almeno.

Parlò per una buona mezz’ora che io affrontai attentamente per non farle accorgere della mia distrazione che cominciava ad aumentare vertiginosamente.

Il discorso andò affievolendosi e alla fine una domanda mise le basi per un cambio di serata radicale:

 

  • È incredibile quanto mi rilassa una cannetta in certi casi, non è che ne hai?? — Posso provvedere

 

Così le indicai dove parcheggiare l’auto e uscimmo, avviandoci per una via poco illuminata, ma perfettamente adatta a ciò che cercavamo.

Eva mi si aggrappò al braccio, cercando sostegno per via dei tacchi abbastanza alti.

Camminammo apparentemente senza meta, ma io sapevo dove andare… e dopo circa dieci minuti arrivammo nel vicolo da me cercato.

Non c’era nessuno.

 

  • Strano! Di solito stanno qui, davanti quella porta
  • Perché non chiedi a qualche passante?
  • Mmm… non saprei

 

In quel momento avrei voluto conoscere George Jung (il Johnny Depp del film Blow), poi però pensai che sarebbe uscito di galera il 27 Settembre del 2014 e capii che forse anche lui non avrebbe potuto aiutarmi.

Mentre mi mostravo scettico nel chiedere, il destino sembrò voler mandare un Sylvester Stallone  di qualche anno più giovane, che mi trasmise, non so perché, una certa fiducia.

 

  • Scusi… ehm… dove posso trovare dell’erba?

 

Mi guardò con aria interrogativa, ma si mostrò incredibilmente disponibile.

 

  • Qui adesso non c’è nessuno che possa aiutarti perché è un po’ tardi – cantilenò con un accento catanese
  • Certo in effetti un po’ lo è – ammisi
  • Però – come se avesse capito, avendo visto con chi ero, che avevo bisogno della ciliegina sulla torta per quella serata – però, aspetta. Qui c’è un mio cugino e posso chiedere a lui
  • Sarebbe gentilissimo – dissi, cercando di mostrarmi il più grato possibile
  • Aspetta qui un momento

 

Lei, che intanto era rimasta un po’ indietro, mi guardava con aria speranzosa, dalla totalità del suo fascino, e quando le feci cenno che forse qualcosa c’era… mi sorrise piena di entusiasmo.

Aspettai osservandolo a distanza, quando passò uno scooter con due tipi strani e lo Stallone Italiano li fermò: scambiarono due parole e fece cenno di avvicinarmi.

 

  • Quantu ta giuva?
  • Dieci ‘mpare – risposi velocemente
  • Spetta cca

 

Con quella frase davano l’impressione del Gatto e della Volpe e in un clima diverso non avrei affidato loro i miei venti euro, però tutto, in quella serata strana, sembrava andare per il verso giusto e non mi feci il minimo problema a porgerglieli.

Attesi così, riavvicinandomi a lei che mi anticipò:

 

  • Ti rendi conto che ci conosciamo da circa nove anni!?
  • Eh sì, ne abbiamo passate…
  • Abbiamo condiviso e vissuto, per certi versi, tutto…
  • Credo che però in fondo, in tutto quello che abbiamo fatto ci sia una profondità speciale.

 

In effetti non riuscivo a vedere tutto quello che succedeva con Eva come qualcosa di malizioso, una passione che da sempre appanna i vetri di una macchina.

La guardavo e lei sembrava capirmi senza dare il minimo cenno di fraintendimento. Non ci vedevamo da una vita però eravamo rimasti gli stessi in fondo, e quel filo che ci legava in passato si era solo momentaneamente spezzato e adesso continuava la sua linea logica.

Ad un tratto vidi che aveva la borsa abbastanza piena e la curiosità, di cosa fosse capace di mettere una donna nella propria “sacca” mi prese in pieno.

 

  • Ma cosa tieni dentro quella valigia?
  • Un po’ di tutto, ma è particolarmente pesante perché c’è un libro
  • Che libro?
  • Tecnologia

 

Lo sfogliai con disinteresse e mi accorsi che era molto consistente così, per non riattaccarmi al mondo che mi aveva tenuto a studiare fino a qualche ora prima, glielo restituii.

Finalmente, da un vicolo, riapparve lo scooter, con i due amici di Stallone che intanto era rimasto per tutto il tempo vigile, come se avesse preso a cuore un po’ tutta la situazione.

Mi avvicinai e il ragazzo, scendendo dallo scooter in maniera quasi acrobatica, mi disse:

 

  • Te ‘mba
  • Grazie infinite, ti auguro una buona serata e grazie anche a lei!! – aggiunsi rivolgendomi al “divo”
  • Però potevi essere meno scontroso con i ragazzi – fece sarcastica lei

 

Così mi si avvicinò incuriosita.

 

  • Prendi il sacchetto che avevi prima in borsa
  • Sì… solo un attimo!

 

Ci ritrovammo a risalire la via che avevamo intrapreso pieni di emozione infantile e, dopo aver letteralmente scalato una serie di gradini, vidi un bar e pensai immediatamente di prendere qualcosa da mangiare per dopo.

Così entrammo e le feci cenno di scegliere, e mentre osservava attenta, pensai a cosa avrebbe potuto riempire i suoi gusti snob. Io volevo subito dirigermi alla cassa, per evitare di abusare del suo conto in banca, dando libero sfogo ai miei contati dieci euro.

Ma era Eva…

Scelse di prendere tre pizze, e, mentre ero distratto, non mi accorsi che lei stava per pagare, così feci cenno al cassiere di fermarsi e di attendere il mio arrivo:

 

  • Ci penso io – dissi sorridendo
  • Non è giusto che ogni volta che usciamo ci pensi tu
  • Non sarà giusto, ma dovrai fartene una ragione
  • Che scemo disse sottovoce e con un pizzico di affetto

 

Uscimmo dal bar e cercammo una via che portasse alla macchina.

Non avevo idea, se non parziale, di dove fossimo ed in un certo senso mi stavo avviando verso il vuoto.

Quando arrivammo ad un punto che la mia mente non riconosceva più niente, capii che forse i piani non stavano andando come previsto e le chiesi di guardare con il suo iPhone dove fossimo finiti: la strada era corretta ma non era quella che conoscevo.

Arrivammo in macchina e subito presi tutto l’occorrente.

Mi sedetti a terra su un marciapiede scomodo che però, grazie alla luce di un lampione, era particolarmente illuminato ed aveva un non so che di particolare. Le foglie di un olmo si scuotevano leggermente per il vento.

Era una scena da commedia romantica.

Lei mi si sedette accanto e scelse una musica dal telefono; mi fece ascoltare un brano del quale non ricordo nemmeno il titolo, ma la cosa si fece più interessante quando gli chiesi di metterne uno per me.

 

  • Dammi qua, devo farti ascoltare un capolavoro – le feci io
  • Come si chiama?
  • Non posso dirtelo – risposi sorridente, togliendole delicatamente il cellulare dalle mani
  • Almeno l’artista?!

 

“Confermai” la mia digitazione nel browser del cellulare e partì il brano.

<< Lui era un business man con un’idea in testa, lei ballerina di jazz…>> il solito Cremonini.

Per me non era una semplice canzone d’amore, ma la canzone d’amore.

Parole che mi sembravano perfette; quel cantante mi aveva fatto compagnia in più di un momento cruciale, ma con quel brano la mia vita sembrava essere stata sconvolta.

Da qualche tempo non dovevo scomodare il solito De Gregori per una canzone d’amore degna di questo nome.

Il brano scorreva lentamente e di tanto in tanto mi soffermavo ad osservare i suoi occhi bassi, ma li distoglievo via subito per non sembrarle famelico, e, durante lo special del brano, notai che anche lei canticchiava.

L’atmosfera che si era venuta a creare aveva qualcosa di speciale.

La luce semiaccecante del lampione fungeva quasi da occhio di bue fisso su di noi: non ci avrebbe dato scampo nel caso una volante della Digos si fosse trovata a passare di lì.

Il vento ci invadeva nella misura perfetta, senza dar fastidio, e l’immensa via, in un certo senso, ci separava dal resto del mondo, relegandoci in un angolo di marciapiede, in una campana di vetro… sembravamo intoccabili, invisibili… sembravamo… ma non era così.

Ed in un certo senso ci rendemmo conto della nostra presenza quando Eva, “incendiaria” per indole, diede fuoco ad una bombetta.

Cominciammo ad immaginare e a fantasticare su qualsiasi cosa; ridevamo di cuore per ogni stranezza detta dall’uno e dall’altra, stavamo vivendo pienamente l’attimo, stavamo bruciando come in un rogo i secondi, i minuti, le ore.

Di solito si corre dietro al tempo… in quel momento il tempo ci correva dietro e non riusciva a prenderci, eravamo troppo veloci… eravamo anche immobili… non riuscivamo a capirlo…

Ripresi il cellulare e misi su un brano.

Lo scelsi appositamente. Quel brano in un certo senso aveva segnato parte del nostro percorso, alcuni nostri momenti, momenti forti, in cui avevamo condiviso di tutto.

La musica andava sfumando, perdendosi con il passare del tempo, e perfino la “bomba” stava per consumarsi, spegnersi, insieme a quei momenti: non rimanevano che gli effetti, un inesploso silenzio, un umano su-di-giri… tutto devastante… tutto perfetto.

Entrammo in macchina… cominciava a far freddo.

Una fame stupefacente prese entrambi ed usufruimmo delle pizze che avevamo acquistato prima.

Mentre davo l’ultimo, agognato, morso, lei accese la radio, cercò una stazione a caso ed alzò il volume.

Il dj sembrava fosse a conoscenza di quello che stavamo provando in quell’istante e, una dopo l’altra, passò una sequenza di brani adatti al momento, adatti perfino ad un semplice bacio sulle labbra.

Non capivo bene i motivi tuttavia mi sembrava di doverle essere grato.

Non avrei mai voluto dare uno scossone a quel momento bellissimo con una malizia prettamente maschile, ma quando anche l’ennesimo brano sembrò volermi sussurrare un baciala, mi sentii in dovere di abbassare il volume e dirle qualcosa:

 

  • Eva, sappi che…
  • Sì!?

 

Niente… Ti voglio bene
 

di Fabio Privitera

 


 


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