FANS

di Edoardo Depaoli


 

 

(La scelta)

 

 

Ormai non c’erano alternative.

Ilario ed il gruppo chiesero cinque minuti di raccoglimento, da passare come si preferiva, prima di armarsi e partire alla volta della battaglia. Il ragazzo si diresse in una stanza isolata all’interno della casa del Professore, per cercare conforto nella fede. Laura decise che sarebbe andata in bagno. Matteo uscì sul resto nel giardino che dava sulla campagna a fumare una sigaretta. Joe e Cesare aprirono una bottiglia di W. e il Professore si accodò all’ultimo gruppetto tirando il collo ad un vecchio Barolo del 2006.

Ilario si trovò solo davanti all’immagine di Cristo e si mise a pregare. Anche se in realtà la sua era sempre stata una fede profondamente vissuta sulla terra, sentiva che se doveva ispirarsi a qualcuno quell’uomo sulla croce, capace del perdono e della redenzione, non poteva che essere il suo modello migliore. Non aveva mai frequentato la Chiesa, che in parte disdegnava. Quell’infinità di preti ipocriti, schifosi, pedofili, corrotti dal denaro, carichi di lacrime piene di menzogne che c’erano in Vaticano lo offendevano profondamente. Anzi, li odiava!  Lui si sentiva un uomo ed esattamente come uomo ammirava il Cristo, non tanto come figlio di Dio, ma come figlio di Dio fra gli uomini, capace di soffrire, di morire per un’ideale superiore. Se la guerra fosse stata persa, lui ci avrebbe provato, per assurdo, avrebbe tentato di salvare l’umanità, anche a costo di rimetterci la vita. Ilario non sapeva se quello che sentiva nel cuore fosse o no giusto, corrispondesse o no alla verità, ma provò ugualmente a credere e si inginocchiò di fronte al figlio di Dio.

Laura era nel bagno e si guardava allo specchio, anche lei non sapeva se quello sarebbe stato o no il suo ultimo giorno. Si avvicinò all’immagine riflessa di se stessa. Poteva pregare, chiedere perdono, pentirsi dei propri peccati, se solo li avesse trovati tali, ma in verità sapeva che le cose che aveva fatto le avrebbe comunque rifatte. Non c’era motivo di pentirsi dunque e poi di fronte a chi? Guardò ancora se stessa nello specchio. Era una bella donna, piacente, forte, l’unica cosa che si rimproverava era di non essere riuscita ancora ad amare completamente qualcuno, le sarebbe piaciuto, ma non ci era ancora riuscita. Decise che si sarebbe aggiustata il trucco, cinque minuti non erano molti, così alla fine aprì la borsetta ed estrasse il necessario. Un pensiero lo fece per il suo angelo custode. Un giorno o l’altro sarebbe diventata madre, a fianco del suo uomo perfetto. L’angelo custode la rassicurava sempre in merito e lei negli angeli custodi, in fondo, ci credeva.

Matteo accese una Marlboro davanti alla campagna. Era quella la cosa che lo rilassava di più al mondo. Rimpiangeva solo il fatto di non essere nato fra gli Indiani d’America. Quello sì che era un popolo perfetto, coeso, capace di vivere in pace e di cacciare solo per soddisfare il senso della fame. L’Occidente, infondo, non lo aveva mai convinto, meno che mai lo attraevano l’Oriente e il mondo Arabo. Nulla reggeva il confronto con la saggezza dei pellerossa americani. Lui era nato in Europa per sbaglio. L’Italia non era male, certo, c’era il mare, la montagna, la natura, ma sarebbe stato molto meglio nascere prima della scoperta dell’America, in America, per l’appunto. Guardò il cielo, era grande ed infinito sopra di lui, non ci vide che nuvole e il blu, che scendeva a capofitto sulla natura e le montagne. Si sentì per un secondo parte del Grande Spirito della Terra. Peccato non essere nato allora, fra gli Indiani d’America.

Cesare aveva pregato abbastanza da giovane, ora voleva solo restare concentrato e vigile. Sapeva perfettamente cosa andava a fare. Gli zombi non erano esseri umani, erano il nemico, i nemici. Ucciderli voleva dire sopravvivere difendere la terra in cui si avevano casa, famiglia, tutto. Doveva solo restare lucido per realizzare quello che aveva perfettamente compreso. Una guerra ha senso quando il nemico è certo e non c’era nemico più certo di quello. Si versò il W. quello poteva e doveva essere l’unico bicchiere e gli sarebbe servito per aprire le vene del cervello. Un buon W. serve a far circolare bene il sangue, gli diceva suo padre. Non aveva mai fatto delle ricerche in merito perché si era accontentato di sapere che le parole, insieme, avevano un bel suono. Versò il W. anche a Joe e il professore stappò la bottiglia. Joe non si sentiva un credente, per lui il mondo sarebbe dovuto cambiare ad opera degli eroi.

Il Professore era il più disilluso, sapeva che il mondo non sarebbe mai cambiato e accettava in parte una forma personalizzata della dottrina dell’eterno ritorno di Nietzsche riferita ai mali dell’uomo. Tutto torna, guerre, carestie, povertà, persecuzioni, assolutismi, ed eroi, tutto torna ed è la nostra stessa natura ad evolversi nello stesso modo, con una certa regolarità storica, per sempre. La natura dell’uomo era immutabile e alla fine terminava sempre uguale a se stessa.

Joe tirò giù d’un solo colpo il suo W. Qualcosa bisognava fare e questa era “combattere” per una possibile giustizia. Il professore non avrebbe mai realmente combattuto, lui invece sì e questo faceva “la differenza”. Cesare in silenzio pensava che se bisognava combattere bisognava anche saper scegliere la parte giusta, e in quel caso, non c’erano alternative.

 

 

ATTO FINALE (GAME OVER)

 

 

Armati fino ai denti, decisi a varcare il confine e dichiarare guerra agli Zombi, Ilario, Cesare, Matteo, Joe e Laura salirono nella vettura.

 << Prima di tutto dobbiamo recuperare il cemento >>, affermò Cesare.

Il professore li osservava sulla porta << A circa 1 km da qui c’è una vecchia fabbrica. Uno stabilimento edile abbandonato. Potete arrivarci in pochi minuti. Sono sicuro che al suo interno troverete tutto quello che vi serve >>

In breve il commando arrivò a destinazione.

Entrarono nella vecchia struttura e recuperarono l’occorrente. Sacchi di cemento a presa rapida, una manichetta per pompare acqua, calcestruzzo, diverse bombolette di materiale espanso, sabbia e ancora sabbia.

<< Basteranno per chiudere il buco? >>

<< Lo spero >>

<< E se non bastasse? >>, chiese Laura preoccupata della riuscita dell’impresa.

 << Nessun esitazione davanti alla battaglia, intesi! >>

In macchina nacque una strana discussione sull’origine del Virus.

 << Sinceramente >>, disse Joe, << non me ne importa nulla di come siano arrivati fino a noi. Se sono stati generati da un virus o sono frutto di qualche incantesimo africano. Quello che adesso mi sembra giusto è unirsi e combatterli. Davvero quale sia la loro origine ormai non mi tocca più, infondo, se ci pensate bene, il male va combattuto, non compreso >>

<< Io non sono convinta che siano stati creati da un virus, pensateci bene, potrebbero essere un fenomeno alieno, una realtà di un altro mondo >>, disse Laura.

<< Cazzate! >>, si affrettò a risponderle Matteo.

<< Sei sempre così gentile quando parli con una donna?>>

<< No, a volte sono anche peggio >>, rispose lui facendo una smorfia alla ragazza che subito rispose con una linguaccia.

<< Non fate i ragazzini! In effetti, non è importante da dove siano venuti, ma come possiamo fermarli, questa è l’unica cosa importante, per cui, concordo con Joe. La loro origine non interessa neanche a me, anche se credo che si tratti di un’infezione generata, come sosteneva il Professore, dall’inquinamento industriale e nel caso specifico ne abbiamo tutte le prove, non mi sembra rilevante quanto la nostra determinazione a distruggerli.>>

Ilario era in silenzio e non diceva nulla.

<< Tu che ne pensi ragazzo? >>, gli chiese Laura.

Ilario non sapeva se pronunciarsi poi, aggiunse: << Non so da dove provengano o chi li abbia generati, forse sono stati creati dall’uomo, dai suoi mali. Spero solo di riuscire a sopravvivere, perché mi manca la mia vita, la musica, la libertà, niente altro… >>

Il gruppo si zitti! Il silenzio duro diversi istanti. Poi Laura guardò il ragazzo << Ci riuscirai! >>

La macchina arrivò allo svincolo, poi entrò nella campagna che costeggiava il reticolato. Bisognava entrare, aprire un varco nella rete.

Si avvicinarono il più possibile, ma la strada si assottigliava in un sentiero e non si poteva più proseguire.

<<Tagliamo qui!>>

Scesero armi in pugno, dopo aver indossato le maschere protettive. Tagliarono la rete da un lato, mentre Joe pattugliava la zona. Sarebbe bastato un suo colpo per far saltare le cervella di uno zombie anche a diverse centinai di metri. Tirarono la rete e Cesare portò la Jeep dall’altra parte

<< Siamo in territorio nemico, nessuno perda la concentrazione, sparare a vista, ogni cosa che si muove va abbattuta, animali compresi. >>

La radio trasmetteva la notizia del grande esodo. Tutta la città era stata evacuata. Centinaia e centinaia di macchine intasavano l’autostrada in direzione della Lombardia.

Nessuno era rimasto. La città era deserta.

Ilario, Cesare, Joe, Matteo e Laura entrarono nella zona rossa.

<< Ci siamo noi e nessun altro >>, disse Ilario spegnendo la radio.

<< Meglio così… Pochi ma buoni! >>, gli rispose Matteo dandogli una pacca sul casco.

<< Mettiti la maschera, ok! >>, disse ancora lui indossando l’antigas…<< e non lasciare mai il tuo mitra… >>

Non avevano fatto che poche decine di metri all’interno della zona rossa, che già si vedevano gruppi di zombi, lenti e inesorabili avanzare a caccia di cibo. Joe si divertiva a tirare al bersaglio.

<< Smettila di fare il cretino! >>

<< Ma ti rendi conto? Basta tirare dritto e questi idioti si fanno beccare, non riescono neanche a scappare… >>

<< Stai attento! >>

<< Ma cosa vuoi che succeda? Basta prendere la… Maledetti! Gira, gira, ci hanno chiuso fra due file!>>

<< Tirali sotto… Figli di puttana! >>

Cesare voltò la macchina e ne investì un paio, ma non si era accorto di essere entrato in una boscaglia. Alcuni zombi si aggiravano in quella zona. Cesare, rallentò il passo

<< Stiamo perdendo la direzione sbagliata, la voragine si trova a Sud. >>

Ripresa la strada corretta, finalmente arrivarono in prossimità del buco.

<< Abbiamo allungato la strada… >>

<< Fa lo stesso, scendiamo, io e Ilario scarichiamo la macchina, tu, Laura, per il momento resta ai comandi, dovesse succedere qualcosa sai cosa fare. Joe e Matteo coprite la zona, sparare a vista! >>

In breve la zona si riempì di zombi.

Joe e Matteo sparavano come dannati sui non morti, ma il gruppo sembrava risorgere all’infinito.

<< Sono troppi, dovete fare in fretta!>>

Un colpo, un’altro, una raffica, un’altra, sembravano non finire mai. Cesare aveva gettato i sacchi di sabbia nel fosso, ma il buco era più profondo del previsto e bisognava stare attenti alle larve, anche un solo morso, una puntura, poteva essere fatale.

Dopo i sacchi, il calcestruzzo, il cemento e tutte le bombolette di materiale espanso che erano riusciti a

procurarsi. Cesare prese la pistola ed iniziò a sparare a quelle come a delle lattine di birra.

Le bombolette esplodendo si gonfiarono arginando una dopo l’altra parte della voragine nella zona del nucleo.

Le larve erano milioni e si muovevano all’impazzata attirate dal poliziotto e dal ragazzo.

I due faticavano non poco a tenersi alla larga. Ormai la situazione era diventata insostenibile. Gli zombi si avvicinavano. Erano ormai ad un passo dalla fine del buco. Cesare estrasse un lanciafiamme dalla macchina e accese. L’urlo straziante degli animali incendiati si sprigionò nell’aria.

Ilario d’istinto si ritrasse. Si avvicinò alla macchina, estrasse la manichetta e iniziò a pompare l’acqua dentro il centro del buco.

Mentre Cesare sterminava quegli esseri piccoli e infinitamente pericolosi a colpi di fiamme, Ilario pompava e gettava l’acqua nel fosso.

Laura si era unita a Joe e Matteo per respingere la colonia di zombi inarrestabile. Imbracciava un mitra e sparava con una ferocia tale che era impossibile sfuggire alla potenza dei suoi colpi.

<< Sotto, maledetti, vi ammazzeremo tutti!! >>

Cesare gli lanciò un’occhiata soddisfatto, la squadra funzionava all’inverosimile.

La loro coesione era all’apice.

I cinque soldati collaboravano nella guerra con precisione, senza nessuna pietà. La potenza di fuoco raggiunse il massimo livello. I proiettili, i corpi dei non morti catapultati per aria, distruzione, bombe, fiamme, resistenza totale.

The trooper!

<<…. TARADATARADARAAA… TA-RA-TATA….

you’ll take my life but I’ll take yours too

You’ll take my life but I’ll run you through

So when you’re waiting for the next attack

You’d better stand there’s turning back…

Ohoooo hoooo>>

Ormai c’erano quasi. Il buco era pieno.

Le larve squittivano abbrustolite da Cesare. Il numero dei non morti abbattuti era al massimo livello. Ormai era fatta!

Gli zombi rimasti avanzavano verso la fine.

Il nocciolo si sarebbe solidificato e man mano che la fonte moriva gli zombi cadevano a terra.

Non si sarebbero più rialzati.

<< Sta funzionando! >>

Laura, Matteo e Joe scaricavano le ultime munizioni contro i non morti fino a quando non ci fu che distruzione.

I cinque eroi continuavano a sparare e sparare, ma in breve Cesare si accorse che non c’era più nulla da distruggere.

Ancora nel rumore assordante delle raffiche di mitra il Comandante si mise a gridare con tutta la voce che aveva in corpo e il commando arrestò la potenza di fuoco.

Intorno a loro c’erano pezzi di braccia, gambe, teste… Distruzione e ancora distruzione.

Gli anfibi affondavano in un lago di sangue.

Cesare era sporco, sudato e fisicamente a pezzi.

Joe respirava con affanno.

Laura era elettrica, ancora con l’arma in pugno, pronta all’azione.

Matteo non smetteva di puntare il suo mitragliatore contro la radura ormai vuota.

<< Li abbiamo fatti fuori tutti? >>

<< Credo di sì… >>

<< Non posso crederci! >>

Il gruppo esplose in una risata collettiva.

Avevano vinto!

L’Apocalisse era stata sventata.

La partita era finita.

L’adrenalina era sempre alle stelle. Laura scoppiò in una risata isterica, a cui si unirono tutti.

< Abbiamo vinto, cazzo…. Abbiamo vinto! >>

Il commando riprese la marcia a bordo della Jeep.

<< Abbiamo vinto!!! >>

Usciti dalla campagna, lungo la strada c’era un locale abbandonato.

Cesare parcheggiò la macchina.

<< Offro da bere a tutta la compagnia! >>

La guerra era finita.

Seduti sulle scale davanti alla città deserta i cinque eroi pensavano a come avevano potuto, da soli, sventare l’epidemia.

Ilario guardava davanti a se, un gruppo di moto abbandonate attirò la sua attenzione.

Fra quelle una Harley Davidson 883, con le chiavi ancora attaccate. Probabilmente il proprietario era fuggito abbandonandola al suo destino.

La donna corazzata era bella, aveva un motore da schianto e un’anima dark e ribelle. I ragazzi guardarono Ilario. I suoi occhi lucidi, la sua giovinezza.

Joe uscì dal locale con un casco fra le mani << Guardate cosa ho… >> Poi si blocco. Erano tutti in silenzio. Prese il casco e lo passo a Cesare. Il Comandante guardò il ragazzo. Gli mise l’elmetto sulle ginocchia e gli appoggiò una mano sulla spalla

<< Prendila! E’ tua! >>

Ilario si avvicinò alla moto. Salì sul centauro, si infilò il casco, accese il motore; guardò per l’ultima volta il gruppo di amici con cui aveva salvato la terra.

La strada era vuota, libera e dirigeva verso il cielo…

Una cover dei Saxon continuava a suonargli nella testa, come un inno alla vittoria, alla gioia e alla libertà.

<< … it is the night – My body’s weak – I’m on the run – No time for sleep – I’ve got to ride – ride like the wind – To be free again…

 

 

GAME OVER

 

 

 

Voglio dedicare il mio racconto a due ragazzi molto speciali: Martina e Nicolò. Auguro a loro ogni bene, la licenza media per il piccolo, il diploma per la più grande. Anche se non lo sanno mi hanno insegnato così tante cose che non basterebbero mille pagine per scriverle tutte. Studiate ragazzi e cercate di fare del bene al vostro paese, con tanto affetto,

 

 

Edoardo Depaoli

 


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