non solo Zombie

di Igor Zanchelli


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Hassan quel giorno non lavorava, il tanto agognato riposo, gli era stato concesso. Fare pizze per sei euro all’ora, non era certo il massimo per un ingegnere meccanico, ma a causa del periodo di crisi che si stava vivendo, era meglio di niente.

Fuggito dal suo paese quando era iniziata la guerra civile, era riuscito ad avere il permesso di soggiorno per motivi umanitari; a differenza dei rifugiati politici, non riceveva nessun sussidio dallo stato. Per questo motivo, messo da parte l’orgoglio, si era improvvisato pizzaiolo in una bettola, che il titolare aveva il coraggio di definire pizzeria. I soldi erano pochi e non bastavano a potersi permettere una casa, così dormiva dove capitava. Nei periodi freddi, si appoggiava ai dormitori degli enti caritatevoli, ma quando poteva, preferiva dormire per strada.

Il fetore e la sporcizia che i senza tetto portavano in quelle camerate della disperazione, non era riuscito mai a sopportarlo.

La sua famiglia, nella terra d’origine, era benestante, appartenente ad una tribù importante, lui, figlio maggiore, era cresciuto in un relativo benessere. Era l’erede di tutto il patrimonio della famiglia, come prevedeva la tradizione, ma aveva l’obbligo di assicurare una dote alle sorelle e l’onere di sostenere i fratelli, se questi versavano in difficoltà. Poi l’odio tribale aveva fatto in modo che lui perdesse tutto, e tutti. I familiari maschi trucidati, le femmine, invece, vendute come schiave sessuali dei nuovi padroni della sua terra. Lui era riuscito a fuggire, ed ora tentava di rifarsi una vita in Italia. Sapeva che doveva lavorare sodo, per riuscire nel suo intento.

Quella sera la luna era magnifica, una enorme palla nel cielo. La sua luce pervadeva la città, donandole quell’aurea di magia e romanticismo, che faceva impazzire tutti gli innamorati. La temperatura non era particolarmente rigida, seppure fosse inverno, ma se coperto bene e trovato un buon posto, poteva evitare il puzzo del dormitorio. Così trovò un buon posto sotto un ponte, che permetteva l’attraversamento del canale che attraversava la città.

Non era il miglior posto che avrebbe voluto, ma per lo meno il ponte, gli avrebbe dato la sensazione di avere un tetto sopra la testa. D’altro canto dormire nei parchi era escluso; non voleva diventare il giocattolo di qualche bella banda di ragazzotti ubriachi e strafatti, che animavano la vita notturna della città.

Sistemò alla meglio il suo giaciglio fatto di cartone e coperte, si imbottì ben bene sdraiandosi in quello che era diventato il suo letto.

Pensava con nostalgia alla sua terra, gli mancavano i profumi ed i sapori. Ricordava, con malinconia, le serate con i suoi familiari, i canti, il chiasso dei bambini, le discussioni con gli adulti. Tutto questa era finito per colpa di una guerra, che lui non capiva; non capiva il perché si potesse   annientare una comunità, solo a causa dell’appartenenza ad un’altra tribù. Forse il sangue che scorreva nelle vene degli uni e degli altri era diverso? Forse appartenevano a razze diverse? Non erano tutti uomini, uguali e con stesso rango di dignità?

Una lacrima iniziò a scorrere sul suo viso. Aveva perso tutto, genitori, fratelli, figli, mogli e proprietà, per qualcosa che non capiva. Che non aveva senso!

“Perché piangi misero umano! Sento la tua pena, il tuo dolore”, gli chiese una figura alle sue spalle.

“Chi sei? Cosa vuoi da me?” rispose Hassan.

“Hai paura di me? Sento l’odore della tua paura! Hai paura di un misero ed inutile uomo?”.

“Se tu avessi visto di cosa sono capaci gli uomini, come l’ho visto io, ne avresti anche tu e pure molta”.

La figura si palesò agli occhi di Hassan; bell’uomo, palestrato, con i capelli neri ed un orecchino al lobo sinistro. Era vestito in maniera anonima, ma quello che spaventò l’immigrato, furono gli occhi. Brillavano di un giallo splendente. Gli parvero uguali a quelli di un leopardo, che ti scruta nella notte, di nascosto.

“Allora? … Ti ho chiesto perché piangi?” riprese la figura, mentre si avvicinava con un passo talmente leggero, che sembrava volasse.

“Pensavo alla mia famiglia, alla mia terra” rispose Hassan, sentendo il terrore crescere in lui.

“Oh povero … Mi dispiace che tu abbia timore di me, ma il profumo della tua paura è cosi inebriante, così magico. Sento il tuo cuore battere velocemente; sento il tuo respiro farsi affannoso; musica celestiale alle mie orecchie” disse il soggetto, fermandosi a pochi passi dal giaciglio del pizzaiolo.

“Tutto questo terrore solo per un uomo” lo rimproverò lo sconosciuto, e continuando: “ora vedremo cosa proverai quando sarai al cospetto di Fenrir. Lo hai risvegliato, lo hai scatenato. Corri, scappa insignificante umano, la caccia è incominciata”.

Dette queste parole, la figura si piegò su se stessa, sembrava avere avuto un attacco di crampi allo stomaco. Dalla bocca uscivano dei versi, che ad Hassan parvero essere dei lamenti, ma non umani; gli ricordavano i versi gutturali che i leoni facevano, quando si apprestavano a mangiare.

Iniziò la trasformazione. Dalla bocca dello sconosciuto, uscivano grida di dolore. Il corpo si contorceva, si udivano le ossa spezzarsi e risaldarsi in una nuova posizione; il rumore dei tendini spezzati erano simili a quelli che faceva una corda di violino quando si spezzava. Un suono secco e acuto. La pelle si muoveva assumendo forme strane, come se fosse staccata dal corpo e sotto vi fossero tante biglie che, impazzite, si muovevano velocemente. I vestiti si laceravano man mano che il volume del corpo, che dovevano coprire, aumentava. La voce si faceva sempre più cupa e profonda, animalesca.

Dei peli scuri ed irti, spuntavano sulla faccia, sulle mani, diventando sempre più fitti, fin quando il colore rosa della pelle, scomparve del tutto. Fu solo quando Hassan vide la bocca allungarsi, assumendo la tipica forma di animale, che riconobbe essere di lupo, che iniziò a correre terrorizzato. Correva a perdifiato, più velocemente che poteva. Correva come aveva corso il giorno in cui, i paramilitari, avevano assaltato il suo villaggio.

La trasformazione era quasi completa, le dimensioni del mostro erano cresciute. Ora, era molto più grande di quanto non lo fosse prima.

La bestia, ormai a quattro zampe, disse:

“Corri uomo, corri! Ora ti vengo a prendere! Io sono Fenrir”; annusando l’aria, tendendo le orecchie e distendendo gli artigli, si mise a inseguire la preda.

 

Igor Zanchelli


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